Dalla tradizione contadina “verace” un frutto che racchiude in sé la storia degli orti vesuviani.
Nei mesi di giugno e luglio chi, come me, abita nella zona del Monte Somma, può osservare molto di frequente il passaggio di camion carichi di quei piccoli frutti preziosi che vanno sotto il nome di “albicocca vesuviana”. La denominazione non indica, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un’origine autoctona del frutto, bensì la sua radicata coltivazione nel territorio che, godendo di un terreno di origine vulcanica, ha sempre offerto condizioni particolarmente favorevoli alla buona resa delle piante di albicocco, soprattutto grazie all’elevato contenuto di minerali e di potassio, che contribuiscono a determinare il caratteristico e gradevole sapore dei frutti. Quanto all’origine, c’é chi dice l’albicocco originario della Cina, chi racconta che Alessandro Magno lo avrebbe scoperto in Armenia e chi ancora attribuisce agli arabi la sua diffusione nel Mediterraneo. Senza voler parteggiare per l’una o l’altra ipotesi, resta certo che i romani conoscevano il frutto dell’albicocco fin dal primo secolo d.C., e che delle vicende legate alla sua diffusione resta traccia nelle diverse denominazioni attribuite all’Albicocca (al-barquq in arabo, praecox in latino) mentre l’albero è detto in botanica Prunus Armeniaca. A me è sempre piaciuto uno dei termini con cui in generale il dialetto napoletano indica l’albicocca: crisommola, che richiama l’etimologia greca (xrusos = oro e malos = pomo, da cui ”frutto d’oro”) ed evoca con l’immediatezza caratteristica dell’idioma partenopeo il colore e le preziose proprietà dell’albicocca.
Nell’area vesuviana l’albicocco ha attecchito in tempi antichissimi, coltivata dapprima negli orti come pianta destinata al consumo familiare ed in seguito entrata a far parte del mercato ortofrutticolo locale. I frutti, infatti, maturano dalla metà di maggio a fine luglio e, una volta raccolti, devono essere trasportati in tempi brevi ai mercati per la vendita, in quanto si conservano, in luogo fresco, per brevi periodi. Per questa ragione buona parte della pregiata produzione viene destinata alla preparazione di succhi, nettari e marmellate, anche se il consumo fresco è quello che garantisce il godimento di tutte le proprietà del frutto. L’albicocca è ricca di Vitamina B, C, PP e di carotenoidi, precursori della Vitamina A, nonché di minerali quali magnesio, ferro, fosforo, calcio e potassio: un consumo di albicocche pari a circa 200 gr. al giorno ha quindi effetti benefici sull’intero organismo, dalla pelle al sangue al sistema nervoso. I nostri padri che, per intuito se non per conoscenza, ne apprezzavano le virtù, conservavano le albicocche anche essiccandole al sole. Fino agli anni ’80 non era raro, nelle campagne vesuviane, trovare graticci di legno coperti con teli di garza dove venivano messe a seccare le albicocche “spaccate” a metà e private del nocciolo, per farne scorta per l’inverno.
Come riporta anche l’elenco dei prodotti tradizionali stilato dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania, le testimonianze della presenza dell’albicocca in Campania risalgono al 1583, con Gian Battista Della Porta che nel “Suae Villae Pomarium “ cita le “bericocche” e le “crisomele”, mentre nel 1845 gli autori del “Breve Ragguaglio dell’Agricoltura e Pastorizia del Regno di Napoli” riconoscono che le varietà di albicocca vesuviana sono le migliori fra tutte quelle coltivate. Attualmente si conoscono circa 70 cultivar di albicocche nella zona vesuviana, di cui alcune di particolare pregio come, fra le altre la “palummella”, la” boccuccia liscia”, la” boccuccia spinosa”, la “portici”. Nella zona di Somma Vesuviana molto apprezzata è la “pellecchiella”, ritenuta la regina delle albicocche, il cui frutto (drupa), di forma oblungo-ellittica, presenta un colore giallo aranciato talvolta con leggere sovracoloriture rosso sfumato. La “pellecchiella”, quando è matura, presenta delle fessurazioni che indicano che la concentrazione di zuccheri è al top, ed infatti chi non si impressiona per l’aspetto “imperfetto” del frutto può gustarne appieno il sapore e l’aroma. Certo, il mercato richiede frutti perfetti, belli a vedersi prima che a mangiarsi, e perciò la “pellecchiella” al top bisogna andare a gustarla sul luogo di produzione. A testimonianza della bontà del prodotto vesuviano, era stata avviata la pratica per il riconoscimento IGP, ma l’ex ministro delle Politiche Agricole Luca Zaia ha sospeso, nel novembre 2009, l’attribuzione del marchio. E mentre da più parti si auspica la riapertura dell’istruttoria, un pasticciere di eccellenza come Sal De Riso, nel suo laboratorio di Tramonti ha creato, per il Brand Campania Gold, il dolce “a pellecchiella”, presentato all’ultimo CIBUS di Parma. Si tratta di un dolce preparato con la regina delle albicocche vesuviane e con lievito naturale “o criscito”, che gli conferisce eccezionali caratteristiche di morbidezza e durabilità. Rifinito con glassa di nocciole di Giffoni, rappresenta un delizioso omaggio alla nostra terra e ai prodotti di qualità che essa regala.
Maddalena Venuso