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“Gerusalemme” di Nicola Incampo

Gerusalemme” di Nicola Incampo

Foto Incampo 3Gerusalemme, città antichissima e carica di storia, ora come ai tempi di Gesù, è lontana dalle grandi vie internazionali. Ma è il centro di Israele e uno dei centri del mondo.

Quando il popolo ebreo, da ogni parte del mondo, saliva in pellegrinaggio verso questa città, le mura non riuscivano a contenerlo, e nella pianura a Nord sorgevano grandi accampamenti di tende.

Vediamo come si viveva a Gerusalemme al tempo di Gesù.

La vita a Gerusalemme era differente da quella degli altri villaggi e città del resto della Palestina.

La gran parte della vita si viveva in pubblico.

Gerusalemme era piena di artigiani e mercanti.

I ragazzi lavoravano nella ditta di famiglia o erano “a padrone” da qualche altro maestro artigiano: “Chi non insegna un mestiere al proprio figlio è come se gli insegnasse il brigantaggio” (Massima del trattato Qiddushim).

Erano ricercati i vasai soprattutto quelli che fabbricavano vasi di pietra, perché in ogni casa rispettabile servivano a misurare e a confezionare cibi “puri”.

I ragazzi della Palestina erano obbligati a studiare la Torah.

Le classi elementari erano di 25 ragazzi tra i 5 e 13 anni.

Per le strade si incontravano scrivani e calligrafi, pronti a scrivere lettere e messaggi sotto dettatura.

La prima festa dell’anno ebraico in cui i pellegrini salivano a Gerusalemme era Pesah, la Pasqua.

La Pasqua si celebrava alla luna piena di primavera, cioè dal 14 al 21 del mese di Nissan entro le mura della città.

È importante sapere che la festa incominciava il 14 del mese di Nissan nel Tempio.

Gli squilli delle trombe sacerdotali indicavano i vari momenti del rito.

La cena – Sedar – si celebrava con un rito preciso, raccolto e pieno di ricordi.

A mensa so stava coricati alla maniera degli uomini liberi, per significare la libertà conquistata.

Il rito iniziava bevendo la prima coppa di vino, con una benedizione del più anziano.

Si presentavano alla mensa pani azzimi, le erbe amare e le salse speciali.

È bello sapere che il più giovane della famiglia domandava perché quella notte era così differente dalle atre notti.

Il capofamiglia o il più anziano rispondeva ricordando la notte in cui il popolo ebreo aveva potuto fuggire dall’Egitto.

A questo punto la famiglia mangiava l’agnello sacrificato nel Tempio e arrostito senza spezzarne le ossa, con il pane azzimo e le erbe amare.

Poi si beveva la seconda coppa e si recitava l’inno “Alleluia, gloria a Iahvè! …”

Si beveva quindi la terza coppa con la benedizione rituale, e si continuava a recitare i salmi dal 115 al 117.

Poi si concludeva la celebrazione della cena con la quarta coppa.

E si terminava con una benedizione del capofamiglia.

 

Nicola Incampo

Responsabile della Conferenza Episcopale

di Basilicata per l’IRC e per la pastorale scolastica