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Un'eccellente Flavia Palumbo in “Music Hall”, il monologo di Lagarce al Teatro Genovesi

  • Published in Lapilli Salerno

flavia palumboSi potrebbe dare allo spettacolo, Music Hall di Jean Luc Lagarce, tenuto in cartellone per 4 settimane, presso il Teatro Genovesi di Salerno, dalla Compagnia dell’Eclissi, un titolo alternativo: Music hall o della vita darwinianamente intesa, all’interno del mondo del suddetto spettacolo. La pièce è tratta dall’opera editoriale di questo giovane drammaturgo francese, nato nel 1965 e prematuramente scomparso sul finire del secolo scorso, ad allungare la lista dei morti per AIDS. Dopo essere stato presentato nei teatri di tutto il mondo, la sensibilità e la bravura di Flavia Palumbo, unita alla capacità selettiva dei testi della Compagnia Teatrale dell’Eclissi, è stata la volta di Salerno di applaudire la drammaticità tutta contemporanea dell’autore, nel decidere di trattare un tema tanto delicato, forte, attuale, quanto significativo e privato, come può essere per  chi fa della vita un pezzo di teatro. Metafora dell’esistenza, l’opera diventa un esempio di come la mente, ahi noi, riesce molte volte a renderci vittime di meccanismi limitanti e ripetitivi, che ci addolorano l’esistenza, senza offrire possibili vie di scampo ai disagi esistenziali. Nell’ incapacità di aprirsi ad altre potenzialità o di accettare saggiamente la condizione di vulnerabilità, ci  si rifugia, per quanto poteva essere e non è stato, in recriminazioni, per le scelte altrui, anche se amici, che non hanno esitato a lasciare da soli e disperati chi è  capace unicamente di condurre la propria esistenza al limite dei sogni e ai confini della disperazione.

Il personaggio di turno è un’ancor giovane e piacente donna di spettacolo, dietro le quinte di uno sgangherato teatro, che sa già, non avrà spettatori. “Un attore ha bisogno del pubblico e non ci può essere un pubblico se dall’altra parte non c’è un attore”, dice Ugo Zampoli, il regista, e continua “se il pubblico non va a teatro cosa può spingere un attore ad andare ugualmente in scena? Non si può morire dentro senza dare vita ai sogni, e l’attrice lo fa, ricordando a quando, più giovane, riempiva i teatri di ben altra specie, alla carriera, più sognata che vissuta, come attrice di successo. Flavia Palumbo dà vita, con raffinata cura, ad un monologo della durata di un’ora e dieci minuti, che serba in sé eleganza nei movimenti accennati nel ballo, virtuosismo recitativo, sfumature tonali e calda e distesa voce di cui ha fatto sfoggio, senza bisogno di doppiaggio, per cui è stata, di volta in volta, Josephine Backer  e Marlene Dietrich. La scelta dei brani musicali, ripetuti durante la rappresentazione, evocativi di un tempo passato, tra cui: De Temps En Temps, Ich bin die fresche Lola, nobilita e caratterizza l’ascolto e se per un verso è un piacere sonoro per lo spettatore, per l’altro accentua ancor più il clima di decadenza del contesto, evocando là belle époque e restituendo alla protagonista un sogno dal quale destarsi non sarà un piacere. Un testo difficile per il tema trattato, che lascia quel tanto d’amaro in bocca, per la nostalgia che si trascina dietro, ma attuale, per la verità evoluzionistica cui rimanda nel suscitare riflessioni non tutte rincuoranti.

La scena semplice, spartana, riprende un modesto retrostante di un teatro di provincia, in via di precario allestimento, che non fa supporre uno spettacolo imminente, come l’attrice crede e spera. A corredo, una  scala di alluminio appoggiata al tendaggio scuro, dichiaratamente di servizio, con una fune nodosa, appoggiata, aggrovigliata e malaugurante, uno sgabello rosso anche esso di metallo, vita e morte dell’attrice, dove si consumeranno gli automatismi reiterati e ricorsivi della sua memoria, due sediole senza spalliera, un microfono che fa solo bella mostra di se’ ed una toilette, cosparsa da oggetti e trucchi alla rinfusa, come comodo appoggio ai sogni della attrice, ogni volta che rifletterà l’immagine nel modesto specchio, avvolto da una luce che più di tanto non riesce a rischiarare.

In tanto squallore, reso ad arte, rifulge la sentimentalità, la teatralità e la capacità scenica della protagonista. Sensuale ed artista nata, calibrata e isterica quanto basta, istrionica e dolente al punto giusto, malinconica e romantica quando serve, Flavia Palumbo ha fatto, della protagonista, una seconda se stessa. Ironica, furbescamente ammiccante, trattiene incatenato a sé il pubblico cui offre un assaggio continuo della sua capacità di fare teatro. Eccezionale, Flavia Palumbo, in questo monologo che le tira fuori l’anima e, al pari del personaggio interpretato, rivela che il teatro è vita e lo si sceglie sempre, anche senza la presenza del pubblico. Non si esagera nell’affermare che la sua, di questa volta, come tutte le caratterizzazioni   che cesella, le farebbero meritare palcoscenici di ben altro spessore. Ugo Zampoli, il regista, in arte Uto Zahali, non ha fatto fatica a dirigerla, tant’è l’intesa teatrale tra loro.

Maria Serritiello