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E’ “Tango” di Francesca Zanni con la Regia di Pinuccio Bellone il secondo spettacolo, presentato alla X Edizione del Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno

  • Published in Lapilli Salerno

TANGOCon “Tango”, testo di denuncia e d’impegno civile, scritto da Francesca Zanni, attrice, drammaturga, che “La Corte dei Folli” di Fossano, ha fatto suo, il 18 febbraio, per rappresentare il secondo spettacolo della X edizione del “Festival Nazionale Teatro XS” città di Salerno.

Per entrare nell’atmosfera emotiva della rappresentazione non si può non considerare quale sia stato per il popolo argentino, il dramma dei “desaparecidos”. Trentamila dissidenti o presunti tali, tra il 1976 ed il 1983, sotto il regime della Giunta militare, sparirono per essere imprigionati, torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni o gettati nell’oceano, con i cosiddetti voli della morte. Le vite sconvolte dei “desaparecidos” non erano solitarie, molti di loro avevano figli e tante donne stavano per averli. Quei, bambini strappati alle famiglie, furono fatti svanire nel nulla e, orrore aggiunto, illegalmente adottati da coloro che erano stati gli aguzzini delle loro madri. Tutto ciò avvenne nell’indifferenza generale del mondo civile, ma anche all’interno dello stesso Paese, vuoi per mancanza totale d’informazione, vuoi per paura di ritorsioni. Intanto le masse popolari del pianeta, a quel tempo, erano tutte intente a seguire i mondiali di calcio, giocati e vinti proprio laddove avvenivano i feroci eccidi e la stessa parola “desaparecidos” per i più era solamente uno slogan vociato nelle manifestazioni di protesta, scissa dal reale significato. Si deve alle donne argentine, alle Madri di Plaza de Mayo, in cerca dei loro figli, se è stato sollevato il drappo della verità, se si è scoperto che le loro creature, perse per sempre, avevano generato a loro volta figli. E’ da un articolo su un quotidiano del 1999, che parlava dei figli rubati dei desaparecidos argentini che nacque la pièce dalla penna e dalla sensibilità di Francesca Zanni l'idea dell'opera.

Ad apertura di sipario la scena è buia e lo sarà per tutta la durata, 90 minuti, escludendo la luce intermittente, che a turno illuminerà, al pari di un interrogatorio, i monologhi dei due attori. Un fondale di stretti mattoni, un muro opprimente, dal quale non c’è via d’uscita, viene impresso all’inizio da scritte d’epoca, foto e titoli di giornali, poi solo muro un ostacolo insormontabile. La scena si presenta, per tutto il tempo, così: due postazioni per i tangheri fatte da un tavolino con una brocca d'acqua, un bicchiere, una composizione floreale e due normali sedie, al centro un cumulo di scarpe usate, prevalentemente femminili, di varia forma e materiale ed è inevitabile un passaggio mentale, anche i nazisti accumulavano cataste di oggetti dei loro uccisi. In primo piano sulla sinistra uno scrittoio ben messo a lucido, una bella poltroncina chiara, un paralume in linea coi tempi e per terra uno scatolone, pieno di tomi ben rilegati ed alcuni 33 giri in vinile, che un giovane con gilè e vestito di buona fattura, si preoccupa di disporre in bell’ordine sulla scrivania. A destra un letto/giaciglio disadorno e spoglio, sormontato da una lucina gialla oscillante al lieve tocco e sotto di esso, quasi nascosto una paio di scarpe da donna ben fatte con un mezzo tacco. Sul letto una giovane donna discinta ma orgogliosa, un corpo esile ed energico, un livido sotto l'occhio sinistro per traumi subiti, ma lucida, libera, aperta, forte e piena di slancio vitale, innamorata della sua femminilità mentale che riesce a cercare e trovare nelle parole e nell'uso delle stesse quell’ energia e quella libertà che uno stato malvagio ha pensato di poter manipolare a suo piacimento, decidendo per lei. Un coacervo di emozioni, di ricordi, di interrogativi, di domande e di richieste senza risposte. Vive, la giovane donna la sua vita di reclusa con orgoglio quasi sereno, lineamenti dolci (se ne capirà meglio il perché nel corso della storia), cipiglio fiero ed indomito, scosso dagli eventi, ma mai travolto o sconvolto: si manifesterà con un corpo pulsante e vitale in ogni momento. È carcerata ed è alla mercé di custodi senza scrupoli o forse anch’essi vittime di uno scempio morale che prese in quel tempo l'Argentina tutta e per il quale, stavolta sì, che dovrebbe piangere per molto tempo ancora, altro che per la morte della bella Evita!

Imbolsito e debole il giovane si avvia, non dico, suo malgrado, ma quasi, verso quell’ epifania che dovrebbe dare inizio al suo riscatto ma il futuro parla lingue diverse! Roso ed eroso da un’ insoddisfazione cui non riesce a dare ne' un volto ne' un nome, si lascia scorrere addosso la vita che si accende solo nel riferirsi ad un padre padrone che poco o niente ha fatto per garantirgli una relazione di attaccamento sicuro. Vittima di un ingranaggio più forte di lui si avvia a depositare il proprio capo sul patibolo del conformismo e dell'essere stato un altro lui Nel silenzio si diffonde struggente la musica di un tango e due ballerini si affiancano, esprimendosi in una coreografia appassionata. Così la milonga irrompe e si fa metafora delle due vite, un ballo libero, senza una coreografia precostituita, ma solo movimento fluido e passionale “Avete mai ballato il tango? Avete mai provato?” Carla e Miguel, loro sì che si sono ritrovati a doverlo ballare come danza della loro vita, con un ritmo ed una musica che non avevano scelto. I monologhi intrecciati ci danno altre notizie, nuovi orribili particolari su di loro, vite che in qualche modo scorrono parallele ma sono collocate in due luoghi e periodi storici diversi. Intanto i tangheri, muti dispensatori di passi e tempo aspettano un loro turno, seduti e immobili, per dare libero sfogo alle proprie emozioni e testimoniare che, più che la tecnica, la cosa più importante per ballare il tango è il cuore al punto tale che un vero tanghero fa ballare chiunque. E questi loro passi sulle musiche struggenti saranno il leitmotiv dell'opera teatrale assieme alla scansione ritmica delle luci ad eccezione della lucina gialla, che al lieve tocco di Carla oscillerà dolce ed evocativa.

Me llamo Carla, desaparecidos el 25 de agosto del 1976”

Prima della sparizione Carla, era una giovane innamorata, aveva un ragazzo, ballava il tango e viveva la vita spensierata come tutte le fanciulle della sua età. Quando la presero, la paura, la prigionia e le torture, riusciva a sopportarle, ripetendosi delle parole: speranza, estate, libertà, amore, figlio, ognuna con un significato, ognuna con un peso. E figlio, la parola più importante, è il bandolo dell’intreccio tra i due. La giovane donna carcerata è incinta e le verrà sottratto il figlio appena nato, per consegnarlo alle soddisfazioni di una coppia altolocata, ma sterile, all'ombra della quale crescerà il giovin signore che si va conoscendo e che in un ipotetico tango finale ballerà con la madre che occupa il giaciglio, un ballo riparatore, evocativo, straziante e dolce ma che in qualche modo fa perdere di epicità al pezzo, nel tentativo di consegnare un commovente lieto fine. Della bravura teatrale della giovane Giulia Carvelli (Carla) le parole possono dire poco, toccanti e dolcissimi certi spunti espressivi ed emozionali, vibranti ed eleganti certi contorsionismi fisici, mai fine a se stessi, lirici ed evocativi certi movimenti ai limiti della compulsione, delicati e sognanti gli accenti emozionali che diffonde. Ed ancora intensa, emozionale, tesa e dolce come si addice ad una donna/madre gravida al terzo mese, di un figlio che non sarà mai veramente suo.  Momenti forti della sua recitazione, sono stati lo stupro subito dai militari, la scoperta di aspettare un figlio e la morte per torture con il corpo gettato nell’oceano. Molto appropriata la performance del giovane Stefano Sandroni (Claudio-Miguel) che ha caratterizzato bene il suo personaggio, prima figlio di papà e poi vittima inconsapevole a cui la verità solleva il velo della conoscenza e squarcia la sua vita. Le lacrime che scorrono sul suo volto buono, ma confuso per la doppia identità, sono una prova della sua bravura scenica. Buone le coreografie di Susi Lillo e Piermario Mameli, ombre silenziose nel ballo più struggente e sensuale dando intensità e tragicità allo spettacolo. Perfetta la regia del bravissimo Pinuccio Bellone, una vecchia conoscenza del Festival vincitore alla settima edizione, con “Crimini coniugali”, dove tra l’altro era anche l’interprete principale. La carica vitale ed umana si è vista tutta in questa sua splendida regia.

Hanno collaborato, inoltre, tecnici e back-stage: Carla Lingua, Gianfranco Sarotto, Licia Cumerlato. Aiuto regia: Cristina Viglietta

Maria Serritiello