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New entry, XS Giovani, nel decennale del Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno

Anna cappelli“Anna Cappelli”, un pezzo a forte impatto, del compianto Annibale Ruccello, è stata presentata, nella sezione XS Giovani, dalla Compagnia “Teatro Mio” di Vico Equense, interprete Olimpia Alvino e regia di Geppi Di Stasio, una piacevole novità per il decennale del Festival Teatro XS di Salerno.

L’unico personaggio è una signorina di mezza età, un’oscura impiegata che ha lasciato il paese, per trasferirsi in città ed iniziare il processo di sprovincializzazione. Aspira, infatti, ad avere una casa propria. Adesso, ha una stanza in affitto, presso la sig.ra Venturini, che mal sopporta. Non ha un amore ed è rancorosa verso i genitori e le sorelle, perché una di esse, Giuliana, si è impossessata della sua stanza, non essendoci lei ad abitarvici. Tutto sembra cambiare quando incontra Tonino, il collega d’ufficio libero da legami e proprietario di casa, tutto ciò calza a pennello ad Anna. Lei, infatti, desidera, una casa propria, stanca di camere in affitto e una persona d’amare, tanto che supera anche il tabù della convivenza e si trasferisce in casa di lui. Parrebbe la felicità, ma non andrà così, anzi l’epilogo sarà tragico.

Anna Cappelli o della lotta tra la distorta percezione del proprio egoismo materico-carnale e il frustrato tentativo di un’emancipazione borghese, più sognato che agito. Un atto unico, in sette quadri caratterizzati, vuoi da modifiche scenografiche, espresse da disegni infantili su fogli d’album, che l’interprete appende ai lati del palco a mo’ di bucato, vuoi dai destinatari ai quali sono rivolte le sue esternazioni con il procedere del tempo, delle situazioni contestuali e il variare della psicologia della protagonista. E ogni quadro ha in sé il nucleo di riflessioni suscettibili di un approccio più articolato e approfondito, al punto da poter essere esso stesso un possibile atto unico con tutte le implicazioni che comporterebbe. Ma all’autore preme intessere una cornice labile, perché tutto sia concentrato su di un finale forte, duro, inquietante, largamente annunciato, dal momento che la visione pessimistica-materialistica dell’autore lascia poco spazio a buonismi insostenibili e falsi, quanto utopistici della realtà che ci circonda. Apprezzabile l’opera del regista nel prevedere rigurgiti emotivi primordiali e forti, nell’uso di certo dialetto napoletano sanguinolento e truce, contraltare del tentativo molto piccolo borghese della protagonista nel manifestare una forma di riscatto sociale, riappropriandosi di una parvenza di comunicazione civile, quando si rivolge a persone che possono rappresentare archetipi degni di rispetto, quali i suoi superiori o familiari più avanti negli anni. E questo, nel rispetto della familiarità dell’autore verso forme ancestrali e popolari di comunicazione, che trovano nel dialetto una forma unica e irripetibile di espressività, a lui tanto care. Interessante è il duplice effetto del catafalco/letto, che invade la scena ad indicare il ruolo della morte incombente e del sesso onnipresente che emerge dall’insieme della scena, dove giganteggia una croce sospesa su tale piano inclinato che, di volta in volta, viene occupato dalla protagonista nel corso delle sue trasformazioni e delle sue esternazioni rivolte ad ipotetici interlocutori, ora la padrona di casa, ora il collega d’ufficio, ora il suo partner, ora il suo compagno, ora il suo rivale, ora la sua vittima. Tra slanci emotivi e sessuali, tra spinte italianistiche e dialettali, tra scene appena accennate ed a generose profferte erotiche, ci si avvicina all’exitus finale che non può sfuggire e per gli opposti messi in campo non ci sono margini di conciliazione. Il coltello grande e affilato, che Anna stringe tra le mani, al culmine di un parossismo ossessivo sempre più incalzante, non lascia presagire niente di buono per il collega-partner-compagno-rivale. Nel gioco al massacro di se stessa e dell’amore tradito, Anna si trasforma, in una trucida figura, fino a non lasciare nulla di quell’amore provato. Peana alla carne, dunque, di ruccelliana vaiassa napoletana, l’interprete Olimpia Alvino si erge a notevole interprete della prosa del giovane drammaturgo di Castellamare, per la sanguinità forte, per la buona espressività e per aver saputo ben comunicare la lotta, tutta evoluzionisticamente intesa, delle forze schierate. Brava nella fedeltà del testo e grande nelle evocate suggestioni sotto la direzione della sapiente regia di Geppi Di Stasio. Un buon debutto per la sezione XS Giovani, a cui va tutto l’incoraggiamento per il proseguimento della nobile arte del teatro.

Maria Serritiello