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La compagnia dell’Eclissi in scena al Teatro Genovesi con “Quei due” di E. De Filippo

  • Published in Lapilli Salerno

eduardo“L’ultimo Bottone e Tre mesi dopo”, due farse di Eduardo De Filippo, unite dall’adattamento e dalla rielaborazione scenica, dal bravissimo Felice Avella, non nuovo a simili operazioni, collaborato sapientemente da Marcello Andria, che ne ha curata anche la regia e dal talentuoso giovane Marco De Simone, sono state presentate con successo il 2 ed il 3 febbraio scorso al Teatro Genovesi.

Giacomo (Felice Avella) e Carlino (Marco De Simone), due personaggi disagiati, in cerca di espedienti per riuscire a mangiare ogni giorno, sono il trait d’union delle due farse e non solo, ma entrano e si ritrovano ad essere, loro malgrado, nelle vite ingarbugliate dei personaggi chiave e a sopportarne le conseguenze: la galera. Negli anni ’30, i due personaggi spalmati nei due atti unici, divertirono molte platee italiane: Roma, Milano, Torino, Bari. Per molto tempo si è ritenuto il pezzo “Tre mesi dopo” portato in scena nel 1934, smarrito, in realtà è stato conservato nell’archivio De Filippo, dattiloscritto e correzioni, quale copia del suggeritore.

Agli inizi degli anni trenta del secolo scorso, alla fonte di tanti spettacoli leggeri, che seguiranno, si trovano i prodromi, come nel caso delle farse, di un Autore che nel tempo saprà dare una veste filosofica, significativa e indicativa, di una sensibilità tutta napoletana, alle tante problematiche individuali, familiari, sociali e comportamentali di una società che a cavallo di due guerre, provava a realizzare una rinascita sociale e morale non disgiunta da quella economica. Come? Sorridendo, ridendo, ammiccando e riflettendo sui grandi temi dell’esistenza, non disdegnando certe incursioni in un umorismo elegiaco, fondamentalmente triste e ancorato alle debolezze e alle fatali necessità dell’uomo, ma tuttavia sanguigno senza mai essere becero, costumato e perciò ancora più pervasivo. Questa vena umoristica che troveremo anche nelle opere più significative di Eduardo, si palesa e nutre queste sue prime opere che conservano una freschezza e una fragranza ancora oggi, in una società invasa da una pornografia verbale, complice e senza anima. Ben ha operato Felice Avella nel mettere mano a questi due atti unici, accorpandoli e presentandoli in un unico lavoro, in situazioni, sì, diverse, ma per una ragione essenziale: la fame. Il linguaggio usato, senza mai scadere nel gergale, si propone signorile e fluido, le caratterizzazione dei personaggi sono perfette e sopra le righe, Lea Di Napoli, ad esempio, trasformata nella pettoruta suocera del marito geloso, truccata e acconciata da una permanente riccia, raccolta sulla nuca. Spettacolare la raffigurazione, volutamente e sapientemente caricata di Vicenzo Tota, nel secondo episodio, è bastato scompigliargli i capelli e alterare la voce per fare della sua partecipazione un pregevole cammeo, così come misurato e da attore consumato l’apporto di Felice Avella come mariuolo organizzatore capace di portare sulla scena una capacità dialettica non comune. Marco De Simone, l’occhialuto Carlino, tonto e sempre affamato, ottima spalla per suo zio Giacomo. Il team dei giovani: Rossella Cuccia, Mario De Caro, Marica De Vita, Alfredo Marino, Annalaura Mauriello, ben affiatati da una sincronia entusiastica e giovanile, promettono bene.

Scenografia: Luca Capogrosso, su progetto grafico di Giulio Iannece

Costumi: Angela Guerra

Musiche originali: Marco De Simone

Regia: Marcello Andria

Maria Serritiello