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“VentOtene” di Walter Prete con regia di Gustavo D’Aversa, per l’undicesima edizione del Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno,

locandina ventottene“VentOtene” di Walter Prete per la regia di Gustavo D’Aversa è stato il secondo appuntamento, per l’undicesima edizione del Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno, in scena A.LIB.I Associazione Culturale di Tricase (LE)

Basta pronunciare Ventotene che alla mente si presentano i nomi di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorno, con la scia del mito di un’Europa libera ed unita. Uomini di grande spessore intellettuale ed umano: Altiero, politico e scrittore italiano, Ernesto, giornalista, antifascista ed economista, Eugenio, filosofo, politico e antifascista, furono confinati, nel 1941 e scriveranno il manifesto "Per un'Europa libera e unita", poi noto con il nome di Manifesto di Ventotene, culminato con la nascita dell'Unione Europea solo  nel 1992.

E così: “VentOtene Unde mithi” ovvero la nascita di uno dei miti della nostra epoca; Ventotene, lo scoglio utilizzato dal potere, come sede di confino di persone poco gradite allo stesso; Ventotene, la preistoria del sogno di una Europa libera e unita, in piena guerra “e come tale capace di suggerire una mitologia adeguata ai tempi, che i popoli europei attuali stanno vivendo e nella quale potranno trovare soddisfazione in essa fino a che altre preistorie seguiranno” (da una considerazione di Grahame Clarke archeologo del 1961) ed infine Ventotene, isola del tirreno poco più di uno scoglio, ora vacanziero, ma in passato ha avuto una storia tutt’altra che di second’ordine.

In scena, Altiero, Ursula, Eugenio, Ernesto e Tina, cinque personaggi con una vita politicamente impegnata, antifascista e confinata e che da giovani con grandi ideali, sarebbero entrati e ricordati nella storia. E così Attraverso la loro microstoria si attuerà la storia, conosceremo i loro sogni, i loro amori, i desideri di dolcezza, gli studi per approfondire il momento particolare del mondo che li circondava, il tutto con leggerezza, con cambi di divise, narrazioni, voci, recitazione ed una scena semplice e pur complessa per la ristrettezza del palco. Una possente gradinata di ferro al quale sono legate con abile maestrie dei teli bianchi che opportunamente manovrate diventano di volta in volta delle vele così di casa in quel mare o l’emblema di buste a ricordare la condizione di confino, cui erano tenuti quei politici per i quali le lettere che scrivevano o ricevevano rappresentavano il loro principale legame col mondo reale di parenti o amici. Storie di resilienza, le proprie, fatte di passioni, sogni, bisogni, ideologie vulnerabili, spesso tradite dalla storia e sacrificate o fatte abortire dal potere, ma profondamente umane direi quasi carnali che la solitudine dello scoglio inaspriva e ingigantiva. Ed ecco uno spettacolo movimentato urlato forte drammatico e pur tuttavia ricco di spunti e performance significative, nonché coraggioso e lungimirante, in un periodo, come il nostro, in cui una deriva populista sembra far mettere in secondo piano quelle ideologie europeiste delle quali i primi germogli videro la luce proprio su quello scoglio. Da qui quel titolo, quel richiamo a quell’ Europa che forse rimane l’ultima grande via ad una possibile serenità europea se non mondiale, quel rievocare la nascita di quella mitologia che può darci una prospettiva diversa per approcciarci meglio alle problematiche della nostra esistenza.

Significativa la recitazione degli attori aiutata dalla scenografia simbolica, l’orologio, le vele, la scalinata cubica a dare l’altezza dello scoglio e la nudità dello stesso. Ad ascoltare bene si sente l’ondeggiare del mare, il profumo della salsedine ed il salato sulla pelle. Bravi e coraggiosi gli attori e la regia a portare in scena un pezzo del nostro passato, dandogli una dimensione umana e non uno studio scolastico fatto di date e qualche informazione. Mi piace il teatro civile e da insegnante, per sempre, auspicherei che questi pezzi di teatro circolassero in tutte le scuole.

Maria Serritiello