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“Parole Incatenate” della Compagnia teatrale “Le Fortunate Eccezioni” di Lucca, il quinto spettacolo del Festival Nazionale Teatro XS di Salerno

parole incatenate 1“Le parole incatenate” di Jordi Galceran, classe 1964, scrittore nato a Barcellona, si sono presentate nello scritto del programma di sala, come un pezzo per solo pubblico adulto, data la scabrosità del tema trattato, legato alle violenze subite dalle donne, in questi ultimi tempi, sia nell’ambito familiare che in vari strati della società. La rappresentazione ha consentito di far apprezzare, da un lato il testo dello scrittore spagnolo, che fa uso di un linguaggio duro, realistico, contemporaneo, quanto colorito, moderno, senza fronzoli e soprattutto senza cedimento ad alcun buonismo imperante e dall’altro riesce a mettere in scena le dinamiche relazionali che, potenti e prepotenti, sempre più violentemente, si scatenano nell’ambito della famiglia e della società. La bravura indiscussa dei due attori, la loro fisicità senza sconti, l’aderenza al testo, la drammaticità del circostante, che esibisce un palco spoglio, nero, duro nel quale il vestito rosso dell’attrice e gli spuntoni terminali delle corde, utilizzate per incaprettarla, si presenta così a scena aperta, prima dell’inizio, sono potenti punti di riferimento, in opposizione ai piedi nudi dell’attore. Ed ancora, a rendere più crudele la scena, un fondale, a tutta grandezza, rimanda la ripresa della stessa scena, che i due vanno a raffigurare sul palco. Un sovrapporsi inquietante, con il sicuro effetto di prolungare sullo sfondo gesti e movenze a cui gli attori hanno dato grande credibilità. Hic et nunc, così, alle dialettiche intime e relazionali, agli schiaffi, alle imprecazioni, agli strilli, agli spintoni, alla voce grossa di lui, con un cambio repentino di voce piagnucolosa, quasi infantile, di un sesso tentato e non riuscito, fino a dare la sensazione di una soluzione buonista, non condivisa dall’ autore che, invece, spinge fino all’ estreme conseguenze la sua visione della realtà, concludendo con lo strangolamento finale di lei, sconvolgendo molto probabilmente la agognata serenità del benpensante, che è in ognuno di noi.

Le scene crude, di nuda efferatezza, rappresentate con realismo dagli attori d’incredibile bravura, è inutile illudersi ci appartengono e l’adattamento del bravissimo, oltre che attore Alessandro Lutri, le ha volute rappresentare doppie per due ragioni, la prima che i maltrattamenti delle donne, ormai fatto quotidiano, è sotto gli occhi di tutti, eppure non vogliamo vedere, la seconda è che se pure le vediamo preferiamo immaginarle sfumate quasi come se non ci appartenessero.

Forse è tempo di acquisire una consapevolezza più cruda della realtà che ci circonda e di liberarci da tutta una serie di illusioni mistico-spirituali La storia rappresentata è, di fatto, un tuffo nei percorsi tortuosi, ma pur sempre matematici e geometrici, propri dei circuiti neuronali Ogni nostro comportamento è una nostra risposta ad una situazione, vera o falsa che sia e ai ragionamenti che realizziamo per giustificare ciò a cui ci attacchiamo facendone un punto di onore, fino a negare, certe volte, le evidenze, pur di tener fede al proprio punto di vista. Si assiste così ad una montagna russa di emozioni facendoci schierare, di volta in volta, col carnefice prima, con la vittima dopo e con gli assenti poi, per assistere, infine, impotenti ed infastiditi al prevalere della biologia della mente che finisce per cedere all’ atto quando non riesce a portare serenità dentro di sé. Strangola perché in quel momento, sulla base dei suoi ragionamenti, è convinto intimamente di dover procedere così ed in questo siamo biologia prima di essere mente, e l’autore ben lo sa.

Il gioco perverso delle parole incatenate, altro elemento di suspense tra loro, che può dare la vita o la morte, parole annunciate a voce bassa, quale litania mortale, recitata all’inizio dello spettacolo, mentre l’uomo avanza tra il pubblico, lui che si rivelerà l’assassino. A che cosa servono, poi, le parole incatenate, il gioco che l’uomo lancia tra di loro, lo si capisce dalla recitazione, se non ad aumentare il ritmo e la forza del dialogo, quando vince l’uno o l’altro, una specie di caccia tra gatto e topo, una speranza di salvezza del topo che il pubblico si aspetta, lo desidera per sollevarsi dal peso che gli è caduto addosso nel vedere la donna a terra, legata e sofferente, dal primo momento della rappresentazione. Non sarà così, la legge del più forte, anche in questo pezzo teatrale ha la meglio. Un atto unico che ha fatto pulsare le vene per tutti i 90 minuti, senza tregua, senza scampo e rimane, comunque, sempre valida la considerazione che un testo forte, essenziale, fluido ed articolato, per molti versi facilita il lavoro dell’attore a cui chiede solamente una solida aderenza al testo e allo spirito o filosofia che lo sostiene. I nostri due interpreti: Alessandro Lutri e Rosi Verazzo hanno dato tutta l’attendibilità possibile e ancor di più, al testo che, mai come in questo periodo, fa riflettere sulla condizione della donna, sempre più preda e non compagna dell’uomo.

Lo spettacolo si avvale della collaborazione di Roberto Pecchia per la Regia, Scenografia e Luci. Claudio Di Paolo, Luci. Costumi: Rosi Verazzo-Alessandro Lutri. Produzione: Compagnia teatrale “Le Fortunate Eccezioni Teatro”

Maria Serritiello