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“Il re muore” di Eugène Ionesco. Compagnia La Terra Smossa di Gravina (Bari)

il re muore 1Va in scena al secondo appuntamento del Festival Teatro XS di Salerno “Il re muore” di Eugene Ionesco, presentato dalla Compagnia teatrale “La Terra smossa” di Gravina di Puglia. La compagnia è una vecchia ed apprezzata conoscenza del Genovesi, alla sua quarta presenza al Festival Nazionale del Teatro XS di Salerno, ha sempre presentato spettacoli non facili, impegnativi, riscuotendo apprezzamenti dal pubblico. Anche questa volta, gli attori non si sono smentiti e la versione da loro proposta, è stata di vera eccellenza. Il Re muore di Ionesco, non è un copione facile, sia per il tema che tratta, la morte e sia per il linguaggio che l’accompagna, verboso, insistente, aulico nelle invocazioni, insomma 80 minuti per convincere il re a morire ed il re a difendersi dall’inevitabile morte. Nonostante queste premesse, la versione del testo, data dalla Terra Smossa è stata di una leggerezza incredibile, passaggi armoniosi, personaggi ben raccordati, costumi semplici, ma significativi, trucco ineccepibile a renderli dei guitti ed a fugare la tristezza della trama. Il re, interpretato magistralmente da Leo Coviello, mimica facciale inappuntabile, come la sua recitazione iniziale, ci rassicura, Lui, Bérenger I, padrone dell’universo non può morire, allontanandoci, così, dall’angoscia della fine. Le sue mossettine amorose con la dolcissima Marie, la seconda regina, lasciano ben sperare, ma Margherite, la torva prima regina, cancella ogni illusioni e dice al re che morirà, è malato gravemente e ne è fermamente convinto, soprattutto, il dottore di corte, chirurgo astrologo, batteriologo e boia.

Eugène Ionesco, nel 1959 evolve la sua scrittura verso il teatro dell’assurdo con l’ossessione della morte che occupa un posto centrale nell’azione drammatica. A dominare, infatti, alla sua drammaturgia è l’assurdo che condanna in anticipo e rende la vita e i gesti umani privi di senso.

«quando ero a Chapelle-Anthenaise, mi trovavovo fuori dal tempo, dunque in una specie di Paradiso. Intorno agli 11 anni ho cominciato ad avere l'intuizione della fine, ero nel tempo, nella fuga e nel finito. Il presente era scomparso, non ci sarebbe più stato per me altro che un passato e un domani, un domani sentito già come un passato, la velocità non è solamente infernale, essa è l'inferno stesso, l'accelerazione nella caduta”.

Questo suo pensiero macabro e persistente viene esaltato, nel “Il Re muore”, per l’appunto, portato per la prima volta sulle scene parigine nel 1962.

Intervento coraggioso è, dunque, quello proposto dalla Compagnia pugliese improntato ad una lettura in senso biologico-materialistico, direi quasi carnale, della progressiva consapevolezza di uomo prima che di re della propria vulnerabilità fisica, evidenziata in modo asciutto, forte ed essenziale dalle figure clownesche che “tengono” il palco con regale energia dolente e problematica, consce, ognuna di loro, della propria non appartenenza al mondo che continuerà a vivere a suo modo. Sanno ognuno di loro che se stavolta tocca al re di morire, aleggia tuttavia su di essi, una enorme falce che non promette niente di buono. Sono, ciascuno a modo proprio, altrettanto giocatori di una partita di solo vinti. La tragicità esistenziale diventa il collante che li lega e fa di ognuno di essi, un manifesto di dolorosa e faticosa esistenza, così come doloroso e faticoso, il percorso finale del re, mummificato ancora vivo. La maschera “guittesca” dei vari personaggi, in netta contrapposizione con le musiche pop -rock non fa che contestualizzare ancora di più la drammaticità della situazione che vuole ognuno di loro sullo orizzonte del confine del grande buco nero, che tutti ingoierà ma che nessuno intuisce appieno nella sua ineluttabilità. Messaggio criptico e duro da digerire, perché spesso, troppo spesso, ci sorregge la maledetta speranza, quella proposta dal grande drammaturgo, che alla fine, questa continuità biologica tutti ci accomuna e ci fa partecipi del nostro unitario destino. Alla fine la durezza del linguaggio, che è morte, trova una sua composita armonia con la forza claunescamente del trucco e l’essenzialità delle scene, con certi momenti di alto lirismo iconografico, come la cavalcata del re o la posa plastica dello stesso, mentre viene mummificato dalle bende. Sulla bravura dei 4 protagonisti: Maria Pia Antonacci, Elisabetta Rubini, Angelo Grieco, Teresa Cicala è indiscussa la bravura, tutti meritevoli di palcoscenici di più largo respiro. Adatte le sottolineature della musica, datore di audio e luci, Gaetano Ricciardelli e complimenti alla resa della regia di Gianni Ricciardelli, che ha reso rock un’opera altrimenti pesante, infine lasciatemi dire (ndr) che il personaggio di Bèrenger I, interpretato dall’attore Coviello, lo renderà e per sempre, Re Leo

Maria Serritiello