Chi è il giornalista? Perché scrive? Intervista esclusiva ad un maestro dell’editoria internazionale

 

Perchè un giornalista scrive? Domanda semplice. Eppure nell’era digitale, dove l’informazione in quantità e qualità ha assunto un peso enorme, ed una presenza pervasiva occorre porsi questa domanda. Per trovare le risposte che servano ad inquadrare ciò che si fa e perché lo si fa. Per questo abbiamo intervistato, in esclusiva per i lettori di Capitoloprimo, uno dei grandi maestri del giornalismo internazionale. Folta barba, fronte alta solcata dalle rughe a sottolineare gli anni di esperienza.
Giornalisti si nasce o si diventa?
“Una delle obiezioni dei critici e dei cavillatori è che un vero uomo di giornale debba affidarsi unicamente alla sua inclinazione naturale o, per dirla in parole più semplici, debba essere un giornalista nato, non esserlo diventato”.
Dal tono polemico della risposta posso immaginare che non condivida quest’affermazione.
“L’unica qualifica cui posso pensare della quale un uomo può ritrovarsi in possesso già alla nascita è quella di idiota”.
Giornalisti si diventa, dunque. Ma qual è il viatico di quest’approdo?
“La dura esperienza personale. I molti errori che temprano la volontà dell’aspirante. Il sacrificio incondizionato delle proprie forze, energie e piaceri”.
Un percorso duro, che vede nello studio specialistico la sua guida?
“Uno sciocco il cui nome è preceduto da un’infinità di titoli, rimarrà sempre uno sciocco”.
Insomma degli studi superiori ed universitari sono utili, ma privi di poteri magici?
“Ascolti. La migliore opera di Shakespeare, Amleto, non è esattamente la sua prima, bensì la diciannovesima, scritta a crescita e maturazione avvenute, dopo il duro lavoro, l’esperienza, l’esercizio delle proprie capacità e un accumulo di sapere raggiunto solo dopo la composizione di altre diciotto opere. Non emerge solo il genio nato. O meglio: il genio non è tutto. Se Shakespeare era un genio nato, perché allora non ha scritto Amleto molto prima?”.
Possiamo allora dire che nel giornalismo, come in tutti gli altri campi, la chiave  del successo è la predisposizione naturale?
“Si, ma attenzione. Oggi una delle principali difficoltà del giornalismo è tenere a bada l’istinto per la notizia, far si che non prenda il sopravvento sull’accuratezza e la scrupolosità”.
Spesso il rischio è anche il populismo.
“Spesso un giornalista si trova di fronte a un apparente dilemma: piegarsi ad un’inclinazione popolare che sa essere sbagliata o rischiare le conseguenze dell’impopolarità”.
La coerenza con se stessi porta quella coi lettori. Si individua in questa direzione lo scopo che deve animare chi scrive?
“Abbiamo bisogno che nel giornalismo si sviluppi un senso di comunanza basato non sul denaro ma sui principi morali, sulla preparazione, sul carattere. Sono ormai pochi i luoghi in cui il denaro non è tutto: si tratta di quelli in cui gli uomini sono uniti dalla condivisione di valori etici”.
L’istruzione e la formazione sono le armi per difendere i valori etici della professione?
“L’istruzione è sviluppo, non creazione. La formazione di un giornalista deve avere una natura non commerciale, addirittura anticommerciale. Essa dovrà esaltare i principi morali, il sapere, la cultura, se necessario a svantaggio degli aspetti commerciali”.
Dunque un giornalista non deve ne confondersi con i problemi economici di un giornale, ne pensare di poterli gestire. Ma allora chi è il giornalista?
“Un giornalista è la vedetta sul ponte di comando della nave dello Stato. Prende nota delle vele di passaggio e di tutte le piccole presenze di qualche interesse che punteggiano l’orizzonte quando c’è bel tempo. Riferisce di naufraghi alla deriva che la nave può trarre in salvo. Scruta attraverso la nebbia e la burrasca per allertare di pericoli incombenti”.
Poesia del giornalismo…
“Soprattutto un giornalista svolge una professione. È un professionista! Sebbene molti giornalisti possano non ammetterlo o addirittura rendersene conto, come purtroppo tanto sovente accade”.
Riflessioni importanti. Soprattutto oggi che si tende sempre più a guardare al singolo giornale, che al singolo giornalista. Come se le pubblicazioni editoriali fossero dei blocchi di autori tutti con la stessa idea o finalità. In questo senso non appare pericoloso che sempre di più un giornale si identifichi con una proprietà anziché coi suoi giornalisti?
“Per quanto possa essere pericoloso che un plutocrate controlli un giornale per fini di gretto tornaconto, non è certo meno dannoso che siano demagoghi animati da obiettivi ambiziosi ed egoisti ad esercitare il controllo. Quando un agitatore demagogico sobilla le masse e si erge a fervente paladino del popolo contro i suoi ‘oppressori’, attaccando la legge, l’ordine nell’intento di fare proseliti allora il giornale può diventare un pericoloso strumento”.
Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale mi pare di capire.  Il tempo  a nostra disposizione sta finendo. Ci possiamo lasciare con qualche consiglio per i giovani e futuri giornalisti?
“Lo stile è l’uomo stesso. La cosa migliore nella scrittura di qualsiasi uomo  è espressione della sua individualità: comunicare il suo pensiero in maniera personale. La cosa importante, però, è imparare a sviluppare uno stile che sia peculiare ma al tempo stesso conforme ai requisiti della migliore scrittura giornalistica, ovvero accuratezza, chiarezza, stringatezza e forza di persuasione. Sia che l’argomento sia importante o di scarso rilievo, il giornalista non deve essere insensibile o troppo coinvolto, ne difficile da comprendere”.
L’intervista si chiude qui signor Pulitzer, la ringraziamo per la disponibilità e speriamo che i nostri lettori abbiamo apprezzato il tempo che ci ha dedicato.
Ndr. Ciò che avete appena è un divertissement. Ho appena finito di leggere il testo che Bollate Boringhieri ha pubblicato nella sua collana Incipit: “Sul giornalismo” di Joseph Pulitzer, illustre editore e giornalista, ideatore della fondazione dell’omonimo premio e inventore della prima scuola universitaria di giornalismo.
Sono rimasto colpito da come parole scritte nel 1904 siano ancora così attuali. Così anziché fare una semplice  recensione, ho preferito inventare questa intervista. Se le riflessioni di Pulitzer, riportate fedelmente dal libro, vi hanno colpito vi invito a comprare questo libricino, che con appena 10 euro, permette di apprendere molto sul giornalismo e sull’opinione pubblica e capire ancora meglio la passione  di chi scrive e le idee di chi legge.
Andrea Di Lecce

macchineperscriverePerchè un giornalista scrive? Domanda semplice. Eppure nell’era digitale, dove l’informazione in quantità e qualità ha assunto un peso enorme, ed una presenza pervasiva occorre porsi questa domanda. Per trovare le risposte che servano ad inquadrare ciò che si fa e perché lo si fa. Per questo abbiamo intervistato, in esclusiva per i lettori di Capitoloprimo, uno dei grandi maestri del giornalismo internazionale. Folta barba, fronte alta solcata dalle rughe a sottolineare gli anni di esperienza.
Giornalisti si nasce o si diventa?
“Una delle obiezioni dei critici e dei cavillatori è che un vero uomo di giornale debba affidarsi unicamente alla sua inclinazione naturale o, per dirla in parole più semplici, debba essere un giornalista nato, non esserlo diventato”.



Dal tono polemico della risposta posso immaginare che non condivida quest’affermazione.
“L’unica qualifica cui posso pensare della quale un uomo può ritrovarsi in possesso già alla nascita è quella di idiota”.
Giornalisti si diventa, dunque. Ma qual è il viatico di quest’approdo?
“La dura esperienza personale. I molti errori che temprano la volontà dell’aspirante. Il sacrificio incondizionato delle proprie forze, energie e piaceri”.
Un percorso duro, che vede nello studio specialistico la sua guida?
“Uno sciocco il cui nome è preceduto da un’infinità di titoli, rimarrà sempre uno sciocco”.

Insomma degli studi superiori ed universitari sono utili, ma privi di poteri magici?
“Ascolti. La migliore opera di Shakespeare, Amleto, non è esattamente la sua prima, bensì la diciannovesima, scritta a crescita e maturazione avvenute, dopo il duro lavoro, l’esperienza, l’esercizio delle proprie capacità e un accumulo di sapere raggiunto solo dopo la composizione di altre diciotto opere. Non emerge solo il genio nato. O meglio: il genio non è tutto. Se Shakespeare era un genio nato, perché allora non ha scritto Amleto molto prima?”.
Possiamo allora dire che nel giornalismo, come in tutti gli altri campi, la chiave  del successo è la predisposizione naturale?
“Si, ma attenzione. Oggi una delle principali difficoltà del giornalismo è tenere a bada l’istinto per la notizia, far si che non prenda il sopravvento sull’accuratezza e la scrupolosità”.
Spesso il rischio è anche il populismo.
“Spesso un giornalista si trova di fronte a un apparente dilemma: piegarsi ad un’inclinazione popolare che sa essere sbagliata o rischiare le conseguenze dell’impopolarità”.
La coerenza con se stessi porta quella coi lettori. Si individua in questa direzione lo scopo che deve animare chi scrive?
“Abbiamo bisogno che nel giornalismo si sviluppi un senso di comunanza basato non sul denaro ma sui principi morali, sulla preparazione, sul carattere. Sono ormai pochi i luoghi in cui il denaro non è tutto: si tratta di quelli in cui gli uomini sono uniti dalla condivisione di valori etici”.
L’istruzione e la formazione sono le armi per difendere i valori etici della professione?
“L’istruzione è sviluppo, non creazione. La formazione di un giornalista deve avere una natura non commerciale, addirittura anticommerciale. Essa dovrà esaltare i principi morali, il sapere, la cultura, se necessario a svantaggio degli aspetti commerciali”.
Dunque un giornalista non deve ne confondersi con i problemi economici di un giornale, ne pensare di poterli gestire. Ma allora chi è il giornalista?
“Un giornalista è la vedetta sul ponte di comando della nave dello Stato. Prende nota delle vele di passaggio e di tutte le piccole presenze di qualche interesse che punteggiano l’orizzonte quando c’è bel tempo. Riferisce di naufraghi alla deriva che la nave può trarre in salvo. Scruta attraverso la nebbia e la burrasca per allertare di pericoli incombenti”.
Poesia del giornalismo…
“Soprattutto un giornalista svolge una professione. È un professionista! Sebbene molti giornalisti possano non ammetterlo o addirittura rendersene conto, come purtroppo tanto sovente accade”.
Riflessioni importanti. Soprattutto oggi che si tende sempre più a guardare al singolo giornale, che al singolo giornalista. Come se le pubblicazioni editoriali fossero dei blocchi di autori tutti con la stessa idea o finalità. In questo senso non appare pericoloso che sempre di più un giornale si identifichi con una proprietà anziché coi suoi giornalisti?
“Per quanto possa essere pericoloso che un plutocrate controlli un giornale per fini di gretto tornaconto, non è certo meno dannoso che siano demagoghi animati da obiettivi ambiziosi ed egoisti ad esercitare il controllo. Quando un agitatore demagogico sobilla le masse e si erge a fervente paladino del popolo contro i suoi ‘oppressori’, attaccando la legge, l’ordine nell’intento di fare proseliti allora il giornale può diventare un pericoloso strumento”.
Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale mi pare di capire.  Il tempo  a nostra disposizione sta finendo. Ci possiamo lasciare con qualche consiglio per i giovani e futuri giornalisti?
“Lo stile è l’uomo stesso. La cosa migliore nella scrittura di qualsiasi uomo  è espressione della sua individualità: comunicare il suo pensiero in maniera personale. La cosa importante, però, è imparare a sviluppare uno stile che sia peculiare ma al tempo stesso conforme ai requisiti della migliore scrittura giornalistica, ovvero accuratezza, chiarezza, stringatezza e forza di persuasione. Sia che l’argomento sia importante o di scarso rilievo, il giornalista non deve essere insensibile o troppo coinvolto, ne difficile da comprendere”.
L’intervista si chiude qui signor Pulitzer, la ringraziamo per la disponibilità e speriamo che i nostri lettori abbiamo apprezzato il tempo che ci ha dedicato.
Ndr. Ciò che avete appena è un divertissement. Ho appena finito di leggere il testo che Bollate Boringhieri ha pubblicato nella sua collana Incipit: “Sul giornalismo” di Joseph Pulitzer, illustre editore e giornalista, ideatore della fondazione dell’omonimo premio e inventore della prima scuola universitaria di giornalismo.
Sono rimasto colpito da come parole scritte nel 1904 siano ancora così attuali. Così anziché fare una semplice  recensione, ho preferito inventare questa intervista. Se le riflessioni di Pulitzer, riportate fedelmente dal libro, vi hanno colpito vi invito a comprare questo libricino, che con appena 10 euro, permette di apprendere molto sul giornalismo e sull’opinione pubblica e capire ancora meglio la passione  di chi scrive e le idee di chi legge.

 


Andrea Di Lecce

 


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