I matti non hanno un cuore?

scale“I matti non hanno un cuore o se ce l'hanno è sprecato” cantava De Gregori. In questi giorni credo di avere compreso la riflessione che questi semplici versi vogliono stimolare. L’occasione si è presentata parlando della fiction su Basaglia. Come ogni opera d’ingegno, anche questo film, ha lo scopo non solo di farsi fruire, ma anche quello di stimolare un dibattito. Mi sono ritrovato a parlare con una persona cara - che spesso funge da potente motore di avvio per personalissimi percorsi delle ragione - dei matti. Di coloro che la società voleva chiusi, rinchiusi e lontani. Se era giusto chiudere i manicomi, mi si diceva, era ed è ancora più giusto che siano le famiglie dei “matti” a prendersene cura.

Da questo spunto mi sono chiesto che idee portasse avanti Basaglia ed ho trovato lo spessore che spesso cerco. Franco Basaglia è stato un giovane antifascista. Di quelli che hanno fatto il carcere per le proprie idee. Accettare di essere privati della libertà per il proprio credo. A 34 anni ottiene la libera docenza in psichiatria, ma per le sue idee  rivoluzionarie, non viene bene accolto in ambito accademico, decidendo una sorta di esilio volontario a Gorizia dove dirige l'ospedale psichiatrico della città. Qui entra in contatto con un mondo disumano di elettroshock, bagni d’acqua gelata.

Un mondo dove il matto diventava un innocuo malato. Perdendo anche l’identità nel suo disagio  “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, per tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui una sua ragion d’essere che è poi quella di fare diventare razionale l’irrazionale”.

C’è poco da aggiungere. Nell’opera di un intellettuale, la cui onestà non poteva che renderlo indipendente, si ritrova tutta l’insofferenza dello studioso che si sente legare le mani davanti la fiducia positivista che cancella la follia e la trasforma in malattia comune e dimenticabile.  Per Basaglia la follia è una “voce confusa con la miseria, l’indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall’internamento. La follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire”. In questo modo Basaglia descrive la chiusura di ogni via di comunicazione tra sani e malati di mente. Una barriera costruita da una razionalità che definisce, suddivide e per questa via controlla ciò che non può e forse non vuole comprendere. I pazienti spesso non parlavano più in quei manicomi. I pazienti non avevano più i loro abiti.

Ho aperto con un cantautore e vorrei chiudere con una poetessa. Alda Merini quando pubblicarono le sue foto da nuda ebbe a dire “Sono stata io a volerlo. Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. E' l'imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto di provocazione, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso”.

 

Andrea Di Lecce

 


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