A volte è il caso di riprendere in mano libri già letti. Testi che hanno decine di anni sulle spalle e che ogni volta ci permettono di comprendere qualcosa di più della realtà contemporanea.
Matilde Serao. Il ventre di Napoli.
Fine ‘800. Vi è una duplice immagine del Mezzogiorno, quella ufficiale, riconducibile agli atti parlamentari, secondo cui il Sud si trova in una situazione di arretratezza, ma non così grave da ipotizzare interventi speciali. Quella della stampa nazionale: Corriere della Sera, Il Secolo, La Lombardia imputano l’arretratezza del Mezzogiorno al disinteresse del Governo e alla negligenza dei meridionali.
Ben diverso l’atteggiamento de “L’Italia del popolo” e della “Gazzetta di Venezia”, che consideravano il Sud causa di una vessazione tributaria del Governo verso il Nord Italia.
Sosteneva Ferruccio Macola, direttore della Gazzetta di Venezia di non credere alla grande miseria del Sud descritta da altri giornali. Inoltre, secondo il direttore, in alcune parti del Mezzogiorno, come in Sicilia, la situazione era grave, ma i problemi non dipendevano dall’efficacia o meno dei provvedimenti governativi.
In alcuni casi, continuava Macola, la classe dirigente e i proprietari terrieri meridionali erano indifferenti alle problematiche locali. In altri, invece, l’amministrazione locale era gestita dai proprietari e dalle “camarille locali”, che salvaguardavano unicamente i propri interessi.
Dunque le accuse dei deputati meridionali al Governo, secondo Macola, erano infondate, anzi il Governo aveva già fatto troppo per il Sud, mentre “il siciliano non fa nulla”, è “ingovernabile” e “barbaro”.
La Gazzetta di Venezia scrisse che la sua intenzione non era quella di mettere in discussione l’unità, ma quella di ottenere una confederazione, mettendo in evidenza una forte diversità fra le regioni italiane, ognuna con interessi ed esigenze diverse. Sostenne che era una “questione di equità” : “I prelodati fratelli meridionali” avevano sempre pagato meno tasse rispetto ai settentrionali, pur ricevendo molti più finanziamenti ed esenzioni dal Governo.
Frasi che sono di un’attualità sorprendente.
A difendere il Mezzogiorno si levò la voce di Edoardo Scarfoglio, fondatore de “Il Mattino”. Questi pur alzando gli scudi per il Sud contro le deplorevoli accuse dei giornali settentrionali "Napoli che tanti sacrifizi ha fatto per I'unità, Napoli che nel 1860 si è gettata nelle braccia del Nord [...] ha poco per volta subito nella attuazione dell' unità italiana quelle disillusioni [...]. Ai suoi sacrifizi, alle sue calorose manifestazioni di sentimenti patriottici, alla sua abnegazione completa per 1' ideale patriottico, il governo d' Italia ha risposto con una grandinata di tasse che da trentasette anni non cessa d’ incalzare (da Il Mattino 24 novembre 1897)" mise in evidenza sul suo giornale l’arretratezza dei meridionali.
Ma soprattutto vi fu tutta una schiera di intellettuali napoletani che cercò di guardare al di là della Napoli da cartolina. Tra questi Matilde Serao che nelle sue opere percorse molteplici viaggi nella realtà napoletana, tra bassifondi, viottoli e “botteghe oscure”.
Ed è proprio grazie alla giornalista-scrittrice che si arriva a superare il luogo comune della Napoli ‘sole, pizza e mandolino’.
“In questa strada dei Mercanti, che è una delle principali del quartiere Porto, v'è di tutto: botteghe oscure, dove si agitano delle ombre a vendere di tutto, agenzie di pegni, banchi lotto; e ogni tanto un portoncino nero, ogni tanto un angiporto fangoso, ogni tanto un friggitore, da cui esce il fetore dell'olio cattivo, ogni tanto un salumaio, dalla cui bottega esce un puzzo di formaggio che fermenta e di lardo fradicio”.
Una Napoli come città-organismo. Ricorda, quasi, un delirio cyberpunk. Strade che trasudano melma, fonti che trasportano solo luridume come il “Lavinaio, che è il grande ruscello, dove il luridume viene a detergersi superficialmente”. Vicoli come viscere di un cadavere sorridente e acconciato dal belletto.
Ma la Serao coglie l’occasione per mettere in evidenza che “la gente che abita in questi quattro quartieri popolari, senz'aria, senza luce, senza igiene, diguazzando nei ruscelli neri, scavalcando monti d'immondizie, respirando miasmi e bevendo un'acqua corrotta, non è una gente bestiale, selvaggia, oziosa; non è tetra nella fede, non è cupa nel vizio, non è collerica nella sventura”.
Non si tratta di creature immagine di un mondo immondo: “Abita laggiù, per forza. È la miseria sua, costituzionale, organica, così intensa, così profonda, che cento Opere Pie non arrivano a debellare, che la carità privata, fluidissima, non arriva a vincere; non la miseria dell'ozioso, badate bene, ma la miseria di colui che fatica quattordici ore al giorno”.
Insomma la Serao ha voluto mettere in evidenza lo stato di abbandono di un popolo per cui nessuno: "ha fatto nulla[…]. Quali ammaestramenti, quali parole, quali esempi, si è pensato di dare a questa gente così espansiva, così facile a conquidere, così naturalmente entusiasta? In verità, dalla miseria profonda della sua vita reale, essa non ha avuto altro conforto che nelle illusioni della propria fantasia: e altro rifugio che in Dio”.
Il ventre di Napoli è un testo da leggere, rileggere e su cui riflettere.
Andrea Di Lecce