Il 18 maggio scorso è morto a Genova, dove era nato nel 1930, Eduardo Sanguineti, uno dei massimi esponenti della letteratura italiana del ‘900. Di lui ho un personale ricordo, un intreccio tra la microstoria del mio vissuto e la macrostoria vergata nei libri di letteratura.
Siamo negli anni ’68-’70, anni formativi per un’intera generazione che ha la mia stessa età e all’Università di Salerno frequentavo la facoltà di Pedagogia. A quel tempo l’Ateneo salernitano era una tappa obbligata per gli accademici, che a seguito di quel periodo, si sarebbero guadagnati il trasferimento verso le più prestigiose città universitarie. Fu così che grazie a quella “gavetta”, a quel tirocinio, nomi prestigiosi della cultura nazionale, quali Clotilde Pontecorvo, Anna Menzingher, Luigi Calonghi, Franco Pitocco, Raffaele Simone, Eduardo Sanguineti, per citarne alcuni, furono di passaggio all’Università di Salerno e profusero il loro sapere a fortunati studenti, me compresa. Un 'esperienza culturale e formativa, la più coinvolgente che mi sia capitata. Con il professore Sanguineti, tra l’altro controrelatore alla mia tesi di laurea, ho svolto l’esame di letteratura contemporanea. La prova prevedeva anche l’analisi critica di un romanzo contemporaneo ed io scelsi di approfondire "Gli indifferenti"di Alberto Moravia. Il 30 che mi guadagnai, quel giorno, l’ho sempre considerato una medaglia da appuntare idealmente sul petto. Era proprio vero? Era possibile che Eduardo Sanguineti aveva considerato ottima la mia preparazione? Si, fu proprio così ed io, per riconoscenza, continuai a seguirlo, anzi ad intensificare le mie presenze alle sue performance, anche dopo aver sostenuto l’esame. Non ho mai più ascoltato lezioni di italiano a quel livello! Parlava a raffica, Dio quanto parlava, ma con tono pacato, come di chi recita una preghiera, senza mai ripetere un vocabolo usato in precedenza. Possedeva un linguaggio estensivo all’infinito, forbito, ostico, duro, di avanguardia, costruiva con la semplicità del genio, paradigmi inafferrabili e aveva naturale il fascino della retorica, la lusinga della parola, la magia del racconto. Mi tornano in mente i tanti lemmi pronunciati, eppure di anni ne sono passati! Fumava a ripetizione tanto da accendere la nuova sigaretta alla cicca, prima che quest’ultima si spegnesse. L’aula era sempre invasa dal fumo, costantemente avvolta da una nebbia azzurrognola ma niente mi schiodava da quel posto, incurante respiravo la foschia caliginosa e con essa le sue espressioni irte di riferimenti, ogni suo concetto, m’incantavo perfino a guardare la sua figura, che, non me ne voglia dall’aldilà, bella non era, consapevole di quell’ occasione irripetibile. Di Lui, conservo, gelosa, un ricordo anche più personale. Era il principio di luglio del 1971, il 30 dello stesso mese mi sarei dovuta laureare, quando l’impiegato della segreteria si accorse che ai documenti in regola, mancava proprio lo statino d’esame di letteratura contemporanea, svolto con il professore Sanguineti, senza il quale avrei dovuto rimandare la sessione di laurea, anzi addirittura rifare l’esame. Grande fu lo sconforto ma in segreteria mi dissero che potevo provare a rintracciare il professore a casa, per farmi aiutare, se non fosse già partito per le vacanze. Mi aggrappai a quell’unica speranza e di corsa, attraversai tutta la città, il professore, infatti, abitava in un posto panoramico ma lontano e all’inizio della costiera. Quando giunsi sotto la sua abitazione, a sbarrarmi il passo, trovai il portiere che cercava d’impedirmi di disturbare il professore ma quasi subito dovette desistere perché capì che ero disposta anche a menar di mani, pur di arrivare al quinto piano di casa Sanguineti. Ed eccomi da Lui, affannata per la salita di cinque piani a piedi, le belle case non hanno mai l’ascensore ed emozionata perché non esisteva la cattedra a separarci. Eppure, ora che ricordo, qualcosa a dividerci c’era! Accatastate sul pavimento, una selva di valige facevano bella mostra di sé. Mi accolse in maniera informale, nel disordine generale che precede la partenza, mentre rispondeva alla moglie dall’altra stanza, già con le persiane serrate, le chiavi in mano per andar via, ricordo perfino com’era vestito, indossava gli immancabili blue jeans, con camicia bianca a maniche corte, sbuffante sui pantaloni e ai piedi calzava mocassini di morbida pelle colore cuoio, ma gentilissimo e senza la minima esitazione, disponibile a togliermi da quell’impaccio burocratico. Mi firmò, chiedendomi di prestargli la penna, una carta nella quale attestava l’esame da me svolto. Aveva capito, senza che io avessi detto nessuna parola, l’estrema importanza di quel suo gesto. Quell’azione, infatti, mi permise, non solo di laurearmi com’ era stato previsto, ma anche di produrre, in tempo utile, domanda di supplenza per l’insegnamento, in quello stesso anno. Fu così che il 30 luglio del 1971 mi laureai ed il 15 dicembre ebbi l’incarico annuale in provincia di Potenza. Eh si, anche allora, i neo laureati, per lavorare, dovevano allontanarsi da casa. Altre volte ho rivisto il professore a Salerno, di tanto in tanto, volentieri, veniva nella nostra città, sopratutto per una ragione affettiva, incontrare la sua nipotina salernitana. L’ultima volta che l’ho rivisto è stato tre anni fa, a Raito, d’estate, per i concerti di Villa Guariglia, un posto di assoluta bellezza. Mi avvicinai con deferenza per salutarlo e timidamente gli regalai una delle mie raccolte poetiche sulla costiera, in ricordo delle belle giornate salernitane da lui vissute. Se la prese con piacere, cortese come sempre e con quel sorriso ingenuo che lo faceva tanto sembrare un eterno bambino. Ah, il suo sorriso, su quella piccola bocca dal mento appuntito che non mostrava mai i denti e che si allargava bucata sotto il naso! Ecco, di lui ho un ricordo vivo!.
Maria Serritiello