Al nostro presidente del Consiglio potrà anche dare fastidio, ma in un Paese che si definisce civile la stampa non può che essere libera. Alzi la mano chi ha mai avuto notizie riguardo l'esistenza di un Paese libero e democratico in cui non c'è libertà di stampa o di un paese totalitario e dittatoriale in cui questo tipo di libertà è invece garantito. Il fascismo, il nazismo, i regimi comunisti: totalitarismi mossi da ideali – se così possiamo chiamarli – anche molto diversi tra loro, ma che vengono resi simili da un semplice aspetto: la totale mancanza di libertà, che si accompagna ad una forte restrizione – per usare un eufemismo – della libertà di stampa e di parola. Senza stampa libera non c'è democrazia; e non lo dicono giornalisti di sinistra, magistrati politicizzati o un'opposizione senza argomenti: solo per fare alcuni esempi, lo scriveva Albert Camus (“La stampa può, naturalmente, essere buona o cattiva, ma è certissimo che senza libertà non potrà essere altro che cattiva”); lo diceva, riferendosi a quella televisiva, il filosofo politico Karl Popper (“Chi controlla l'informazione televisiva controlla la democrazia”); lo gridava Voltaire (“Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo”).
La libertà di stampa all'estero
Per avere la prova della relazione tra stampa libera e democrazia non serve ritornare con la memoria ai tempi in cui i cinegiornali Luce dicevano agli italiani su cosa avere dei giudizi e che giudizi conveniva avere. Basta dare uno sguardo alla situazione odierna: secondo Freedom House (istituto di ricerca americano finanziato prevalentemente da fondi governativi, che ha come obiettivo la promozione della democrazia liberale nel mondo), ad oggi le nazioni che non hanno libertà di stampa sono: Russia (dove i giornalisti scomodi vengono direttamente uccisi); Cina (dove il termine “diritti umani” è sconosciuto); Cuba (dove Fidel Castro, in seguito alla rivoluzione contro l'oppressione, governa ininterrottamente dal '59); Corea del Nord (in cui – per fare un esempio calcistico e un po' più leggero – il segnale televisivo è stato oscurato dopo il secondo gol subito dalla nazionale nordcoreana nella partita contro il Portogallo, per impedire ai cittadini di assistere a quella umiliazione internazionale); un po' tutti gli stati africani, Afganistan, Iraq e Iran (dove chi si oppone al regime viene giustiziato all'istante, o nel migliore dei casi scompare), e tanti altri.
La situazione in Italia
L'unico Paese occidentale ad avere una stampa semi-libera è proprio l'Italia: il primo declassamento risale al 2004, vale a dire quando venne approvata la contestatissima legge Gasparri; negli anni successivi la stampa italiana è stata considerata semi-libera nel 2005, 2006, 2009 e 2010. Negli anni 2007 e 2008 la stampa italiana è passata da semi-libera a libera esclusivamente perché «Silvio Berlusconi non era più primo ministro», e quindi aveva perso il controllo delle tre reti di Stato.
Secondo Freedom House, la colpa di questa situazione è da imputare ad una “concentrazione insolitamente alta, per gli standard europei, delle proprietà dei media. Con l'elezione di Romano Prodi come primo ministro nel 2006, l'interferenza governativa nei contenuti dei media iniziò a diminuire. In ogni caso, il ritorno di Berlusoni al potere, nell'aprile del 2008, gli diede la possibilità di controllare di nuovo circa il 90% dei media del paese”. Freedom House continua affermando che i giornali italiani “sono gestiti principalmente da partiti politici o posseduti da grandi gruppi editoriali”. Questa affermazione riporta ad un altro problema insito nella natura stessa della stampa italiana, vale a dire la mancanza di un editoria pura. In Italia l'attività editoriale non è mai stata molto remunerativa, e per questo gli unici progetti che possono essere considerati validi si sono sviluppati grazie alle risorse di chi poteva contare su guadagni derivanti da altre attività: questa situazione, però, generò e continua a generare una grave incompatibilità di interessi (quelli privati, della proprietà, e quelli pubblici, relativi al diritto dei cittadini di essere informati), che tutt'ora rappresenta un forte ostacolo alla libertà di stampa e di espressione dei giornalisti.
Insomma, per tutti questi motivi, l'Italia si trova attualmente al penultimo posto in Europa nella classifica per la libertà di stampa (all'ultimo c'è la Turchia), e al 72° posto nel mondo, insieme a Benin, Hong Kong e India, dopo Cile, Corea del sud, Guyana, Sud Africa e Tonga.
Ma per il nostro presidente del Consiglio non è così: per lui in Italia “ce n'è fin troppa di libertà di stampa”. Ed ecco che, anche con il bavaglio, sta cercando di eliminare questa particolare tendenza italiota.
Viviamo in una dittatura?
Prima di morire Enzo Biagi ebbe il tempo di affermare che il conflitto di interessi non risolto ha generato, in Italia, la nascita di una “dittatura morbida”, in cui non c'è bisogno di picchiare con le mazze gli oppositori, non c'è bisogno di dargli da bere olio di ricino o di mandarli al confino: oggi è sufficiente non farlo parlare nella nuova piazza, nell' agorà dell'ultimo millennio, vale a dire in televisione. Lo stesso Biagi fu cacciato (insieme a Santoro e Luttazzi) dal famoso “editto bulgaro” di Berlusconi. Beppe Grillo può parlare solo su internet. Per quasi tutte le reti televisive l'ultimo film della Guzzanti (“Draquila”), giusto per dirne una, non è mai stato proiettato a Cannes – eppure ha anche avuto un buon successo di critica. Basta non trasmettere le notizie scomode al governo, come si faceva nel ventennio fascista con le veline in cui il Minculpop diceva ai giornalisti cosa dire e come dirlo.
Insomma, a meno che non vogliamo cercare di entrare nel “Guinnes dei Primati” come il primo Paese libero con stampa non libera, bisogna invertire il trend. Potremmo prendere esempio, per dirne una, dalla Finlandia – che non a caso è il paese che gode della stampa più libera del mondo – dove internet è stato riconosciuto come un diritto legale imprescindibile: ecco, mentre in altre parti del mondo approvano questo tipo di leggi, da noi la stampa si auto-imbavaglia per paura del bavaglio.
La libertà di stampa, ovviamente, c'è ancora (altrimenti non si avrebbe la possibilità di dire che non c'è), ma è da anni in grave pericolo: a poco a poco il limite si sta spostando. Prima l'Italia era una nazione con stampa libera, ora ha una stampa semi-libera. Il gradino successivo è stampa non libera: se la giostra non viene fermata, chissà, un giorno si potrebbe fare l'ultimo passo. E questa legge sulle intercettazioni, questo bavaglio stretto intorno alle bocche dei giornalisti, di certo non le fa guadagnare posizioni.
Arnaldo M.Iodice