"L'ultimo brigante del sud" la storia di Antonio Cozzolino

249962_1983410912633_1464050946_32258025_5453206_n"L'Ultimo Brigante del Sud" è la prima fatica letteraria del giornalista partenopeo, Gabriele Scarpa, il quale ha deciso di affrontare un tema importante nella storia del meridione, il brigantaggio. Un tassello fondamentale per il Sud Italia, e senza le azioni di alcuni " briganti" probabilmente non esisterebbe in quanto tale. Abbiamo intervistato per il pubblico di "Lapilli" l'autore e giornalista Gabriele Scarpa.

 

L’eroe della battaglia di Calatafimi Antonio Cozzolino detto “Pilone” chi o cosa potrebbe simboleggiare nel 2011?

“La voglia di riscatto del Sud. L’orgoglio dei meridionali che si sono stufati di sentirsi trattare come un peso o, peggio ancora, come una palla attaccata al piede dello sviluppo. Fino a prova contraria, il Mezzogiorno, ridotto alla stregua di mero possedimento coloniale del Piemonte negli anni immediatamente successivi all’unità, ha subito l’occupazione e poi l’annessione forzata allo stato dei Savoia pagandone tutte le amare conseguenze. L’ex sergente dei Cacciatori Antonio Cozzolino, che il 15 maggio del 1860 a Calatafimi, riuscì a strappare un drappo alle truppe garibaldine, non volle piegare la testa e si ribellò ai nuovi governanti imbracciando il fucile e prendendo la via del Vesuvio. Sorta di novello partigiano, l’ex scalpellino resistette quasi dieci anni. E pagò con la vita il suo atto di fedeltà a un regno, quello di Napoli e Sicilia, dalle radici plurisecolari, fondato quasi mille anni fa da Ruggiero il Normanno. Chiunque oggi abbia il coraggio di non arrendersi di fronte alle angherie del prepotente di turno può rivedersi in un personaggio come Pilone”.

 

Quanto la Napoli moderna deve a queste figure storiche?

“Ipoteticamente tantissimo. Napoli, infatti, è anche figlia dei briganti che lottarono per mantenerne l’indipendenza. E da loro ha ereditato quella indole ribelle e scanzonata che da sempre la contraddistingue. Il problema, però, è un altro. Ahimè, costa dirlo, ma il capoluogo campano e il Sud in generale sembrano non conoscere affatto la loro storia. E questo non certo per colpa di Partenope. Parliamoci chiaro: cosa possono farci Napoli e i napoletani se sui libri di storia i briganti vengono equiparati alla stregua di moderni camorristi e delinquenti comuni? Che colpa ne hanno le popolazioni del Meridione se sui libri non c'è traccia della ferocia e della crudeltà che pure caratterizzò la campagna militare di conquista dei territori del Mezzogiorno? La storia, è risaputo, la fanno i vincitori, non certo i vinti. Alzi la mano chi ha sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Antonio Borgès e Michelina Di Cesare. O dello stesso Antonio Cozzolino. Chi erano costoro, dirà la maggior parte dei ragazzi che oggi frequenta il liceo? All’opposto, tutti conoscono i vari Mazzini, Cavour e Garibaldi almeno per averli sentiti citare. Perché le pagine dei libri di storia, le piazze e le strade di tutti i borghi d’Italia, dal più piccolo al più grande, sono ricche di dettagli sul loro conto. Perché per la storia sono loro i veri eroi, i protagonisti del cosiddetto Risorgimento. E i briganti erano i cattivi di turno. I nemici della patria da combattere e distruggere. Eppure Napoli dovrebbe moltissimo ai legittimisti, che sotto certi aspetti, rappresentano gli antesignani dei moderni partigiani della Resistenza. Il Meridione tutto, dalla Lucania alla Calabria, dalle Puglie alla Campania dovrebbe tantissimo a quanti accettarono di combattere e morire in nome del re Borbone. Sono loro la vera anima del Sud. Ma quando accadrà questo? Quando riscopriremo le nostre origini? Quando daremo a Cesare quel che è di Cesare? Solo nel momento in cui i paraocchi saranno caduti e avremo imparato a leggere la verità nelle pieghe dei libri e nei cassetti scomodamente chiusi della storia”.

Le storie di brigantaggio possono essere accostate in qualche modo alle odierne storie di camorra?

“Eccezioni a parte, l’accostamento è possibile, ma solo per i metodi impiegati nella battaglia non certo per le finalità della lotta. Mi spiego. La banda Pilone era solita ricorrere ai sequestri di persona ed alle richieste di ‘pizzo’ sulle partite d’uva per rimpinguare le proprie casse. Ma lo faceva per procurarsi i soldi con cui poi acquistare armi, vettovagliamenti e munizioni. L’occorrente, insomma, per alimentare la lotta contro l’invasore piemontese, non certo per arricchirsi. Ovviamente non mancarono casi in cui i briganti si comportarono come farebbero oggi gli odierni camorristi, e non è escluso che questo sia accaduto anche all’interno del gruppo di Cozzolino, ma questo, in generale, non valeva quasi mai per i legittimisti borbonici, tutti in larga parte ex soldati, ufficiali e sottufficiali legati al giuramento di fedeltà fatto a re Francesco II. E poi, se i briganti erano camorristi a cosa potremmo paragonare i piemontesi che si macchiarono le mani con il sangue di migliaia e migliaia di meridionali innocenti? Diciamocela tutta: sull’altro fronte gli invasori non furono molto dissimili dai nazisti che nel marzo del 1944, alle Fosse Ardeatine, fucilarono più di trecento persone come atto di rappresaglia per punire la morte, in un attentato in via Rasella, a Roma, di 32 soldati altoatesini. Tanto varrebbe allora paragonare i soldati di Cialdini alle SS di Walter Reder che nell’autunno del 1944 sterminarono decine di persone a Marzabotto. Perché dico questo? Semplice. Per ricordare come solo di recente il Capo dello Stato abbia riconosciuto la gravità degli eccidi piemontesi di Casalduni e Pontelandolfo dove, nell’estate del 1861, furono stuprate, arse vive e trucidate almeno un migliaio di persone colpevoli di aver concesso ospitalità alla banda dell’ex sottufficiale borbonico dei Reali Carabinieri a Cavallo Cosimo Giordano che pochi giorni prima, in un tranello, aveva spazzato via una pattuglia di bersaglieri. Non trovi che la similitudine con l’episodio delle Fosse Ardeatine e le stragi naziste in Italia sia sorprendente, per non dire  agghiacciante?”.

 

Quali sono le similitudini e le differenze tra Antonio Cozzolino, l'ultimo  brigante del sud e qualsiasi capoclan di oggi?

“Non per ripetermi, ma Cozzolino non fu un camorrista nel senso comune del termine. E si commette un errore gravissimo a considerarlo tale. Ripeto: il fatto che ricorresse a sequestri di persona e richieste di racket per rimpinguare le finanze della sua banda non può farlo equiparare in alcun modo agli odierni capiclan perché lui, a differenza dei boss dei giorni nostri, aveva una missione da portare a compimento che non era quella di inseguire il profitto e la ricchezza in quanto tali affidandosi a traffici illeciti e malaffare. Cozzolino, per dirla in termini più attuali, non gestiva lo spaccio di droga né inseguiva appalti milionari corrompendo funzionari e politici di turno. Lui era, a modo suo, un patriota. E aveva un sogno da realizzare: liberare il Sud dalle truppe d’invasione restituendo il trono di Napoli al suo legittimo sovrano, re Francesco II di Borbone, spodestato con una guerra d’aggressione dai piemontesi che avevano potuto avvalersi della complicità della massoneria e delle principali cancellerie del Vecchio Continente, tra cui l’Impero britannico, vera superpotenza di quel periodo, per mettere in atto il loro progetto. Ricordiamolo: Antonio Cozzolino detto ‘Pilone’ per la sua folta barba, era un sottufficiale dell’armata borbonica. Un ex sergente maggiore. Aveva una buona istruzione, sapeva leggere e scrivere (a differenza di tanti suoi conterranei) e, negli anni dell’esilio romano, fu spesso ospite di re Francesco e si dice, addirittura del Sommo Pontefice. Insomma: non fu proprio uno sprovveduto o quello che si dice un ‘delinquente comune’. Era benvoluto dalle donne (nella fattispecie, gli furono attribuite parecchie avventure galanti) e fu realmente animato da nobili intenti. Gli stessi che poi lo portarono nella tomba, tradito da un suo ex compagno di lotta”.

 

E ora parliamo di Gabriele scrittore, quali sono i prossimi progetti in cantiere?

“Insieme all’amico Massimo Solimene, coraggioso titolare di Spazio Creativo, la giovane casa editrice partenopea che ha scelto di pubblicare il mio libro, stiamo lavorando a un altro soggetto sulla storia di Napoli. Soggetto che probabilmente ci porterà molto più indietro nel tempo rispetto al periodo in cui visse e lottò il brigante Pilone. Diciamo di almeno quattro secoli. Perché la fortuna di Napoli è proprio il fatto di poter pescare a piene mani nel suo millenario passato. Gli spunti, per capirci, alle falde del Vesuvio non mancano. E Napoli, da questo punto di vista, è un libro aperto da sfogliare avidamente. Una fonte di ispirazione infinita. Allo stesso tempo abbiamo in cantiere una seconda ‘idea’ che si avvicina un po’ di più ai giorni nostri per quanto concerne l’ambito temporale. Anche in questo caso, però, non vorrei aggiungere altro. Tranne che fra tre anni, teniamolo a mente, ricorre il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale. Una data essenziale anche e soprattutto per il Sud. Perché la Grande Guerra è un altro di quegli episodi della nostra storia costati lacrime e sangue alle popolazioni del Mezzogiorno”.

 

Un tuo pregio e un tuo difetto, in qualità di giornalista e scrittore…

“Come faccio ad elencarli tutti, soprattutto i difetti? Perché non provi ad elencarli tu che mi conosci? Scherzi a parte, sia da giornalista, sia da… aspirante scrittore, vorrei che fossero i miei lettori a scoprirli. Da giornalista, ruolo che, probabilmente sento più mio, chi mi conosce sa quanto abbia detestato da sempre quelli che assurgevano al ruolo di cattedratici. Non penso di esserlo mai stato. Un cattedratico intendo. Per me l’umiltà è importante, non solo nel lavoro, ma anche nella vita. Ho sempre preferito ricordare, con vanto e orgoglio, gli anni di gavetta trascorsi in strada, a sudare, a rincorrere la cosiddetta ‘notizia’. Un qualcosa che in tanti hanno preferito cassare una volta approdati dietro la classica scrivania. Ma che per me, a 43 anni compiuti, ancora ha un senso. Se ricordarsi da dove veniamo, fare attenzione alle richieste degli altri, provare ad aiutare quanti si affacciano, timidamente, a questo straordinario quanto complicato mestiere, prestare ascolto a chi si rivolge a noi è un pregio, allora ecco, questo è il mio pregio più grande. Se poi si considera l'umiltà un difetto, un qualcosa di cui non andare fieri in un mondo in cui l'arrivismo è tutto, allora ecco il mio più grande difetto. Allo stesso tempo mi reputo passionale e fortemente emotivo. Sotto certi aspetti, un eterno bambinone. Il terzo fratello...dei miei due figli. Tutti elementi che sotto certi aspetti sono da considerarsi grossi difetti per chi fa storia perché non sempre vanno d’accordo con la ricerca. Ma io, in fondo, non mi reputo uno ‘storico’. Non lo sono. Dunque, può anche andar bene così. O no?”.


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