
E per quest’anno devo dire che il Nespolis Festival 2011 ha seguito alla lettera questa ritualità.
Un ritorno al passato a partire dalla location, la riscoperta di un luogo in piena periferia partenopea.
Se per un attimo non si badava alla collina del Virgiliano e ci si dimenticava che alle spalle dietro quell’area enorme piena di fabbriche dismesse, con tanto di stagni non artificiali nei paraggi, in realtà ci trovavi il mare, poteva sembrare di essere immersi nella zona industriale di Berlino, a Sheffield o in Galles ovunque ma non a Napoli.
Un vero patrimonio che contrariamente a quanto accadrebbe in qualsiasi altra parte del mondo è stato trascurato, abbandonato a se stesso lasciato a marcire per 20 anni !
Invece Bagnoli credo rimarrà per sempre così, appare inquietante quel quartiere, dappertutto ci sono colonne, ponti, ciminiere talmente enormi da fare paura, ma dietro quegli imponenti edifici si cela storia e un gran fascino soprattutto per gli appassionati di festival musicali.
Veniamo alla musica. I gruppi che hanno aperto le danze i vincitori del Contest Destinazione Napolis non sono molto conosciuti hanno avuto nel complesso un buon riscontro.
Gli austrialini Architecture In Helsinki sabato sera hanno contribuito a dare un ottimo intro al festival. Simpaticissimi, molto apprezzabile il loro indie piuttosto atipico e 'dancereccio'. Finalmente un po' di spontaneità : fa bene, e fa sorridere, altro dagli MDMA . Il loro porsi così interattivi nei confronti di un pubblico che ancora tardava ad arrivare e stentava nel lasciarsi andare è stato un ottimo segnale per il seguito.
Con gli introspettivi Mogwai da ascolto silenzioso la folla - che lo scorso hanno fischiò Yann Teirsien - quest’anno non c'era. L'ho trovato un concerto educato tutto sommato, dove c'era chi alla musica si rivolge con rispetto. Il rispetto che merita un'orchestra che suona con una precisione disarmante, che a mio parere rappresenta la psichedelia di quest'epoca.
E’ la volta di Skin la pantera nera che giunge come una farfalla psichedelica avvolta in delle ali di paillettes enormi. Il massimo della seduzione: voce e band da paura.
Gli Skunk Anansie non hanno suonato, hanno dominato. Era la band di punta della prima serata e anche essendo venuti meno i Marlene, in cui tanti speravano per storico duetto, ha superato le aspettative fornendo una performance per certi versi anche Hard- Punk -Rock con una frontwoman da cui molti gruppi potrebbero e dovrebbero attingere: una rockstar Skin sicura, che non ha mai smesso di saltare un attimo, una diva che può permettersi sicuramente tale definizione.
Se dovessi pensare ad una sola o due parole per definire questo festival sicuramente una di questa sarebbe psichedelico. E' l’impressione che mi hanno dato molti gruppi la prima sera e hanno continuato a darmela i Battles in apertura della seconda serata.
Un vero e proprio live, anche in mancanza della voce passata dal bassista in synth a causa del recente allontanamento del cantante. A dire il vero era la prima volta che li ascoltavo, ma mi hanno davvero fatto innamorare. John Stanier il batterista il veterano del gruppo e della musica in generale è stato davvero formidabile suonava in prima cassa, con un tom, timpano, snare, charlie, piatto posizionato molto distante dallo snare quasi al centro della batteria. Mentre Ian alla chitarra e tastiera di origini italiane non ha mancato di ringraziare più volte la terra del suo nonno emigrante a New York.
La presenza variopinta degli Hercules & love Affair è stata eccitante e sudaticcia per tutti quelli che come me non hanno vissuto la dance anni ’80. Hanno rispolverato ben bene una stagione fiorente e accaldata , quando la musica house diventava nuovo veicolo espressivo per un underground.
E sarebbe molto riduttivo limitarsi alla performance musicale, un’ estasi per le orecchie ma anche per gli occhi dal Dj super palestrato che passava i dischi Andrew Butler a Nomi, Kim Ann Foxman e Antony Hegarty (leader del gruppo Antony and the Johnsons) ce n’era per tutti i gusti.
Ieri poi sul finire l’ansia cominciava a salire aspettando che l’adrenalina annullasse completamente quello stato. Per la prima volta in assoluto avrei ascoltato live gli Underworld.
Forse a causa della mia generazione un po’ tarda rispetto i loro esordi o forse per via della mia pigrizia li conoscevo per il loro pezzo più famoso (Born Slippy) che ricorda a me come a tanti altri un film transgenerazionale Trainspotting, in cui Boyle immortala il decadimento di vite socialmente accettate, stereotipate sin dalla nascita nell’ordine che vede il sano sviluppo, il lavoro, la carriera, la vecchiaia e infine la morte, riuscire a confrontarsi con una realtà sociale da molti trascurata.
Gli Underworld, per me sono stati commoventi. Un intrattenimento di gusto nonostante la loro forumula elettronica live, resti la stessa non adattandosi ai tempi, ma credo cha loro ricchezza sia proprio questa non è da tutti sostenere carriere così dopo fasi di profondi buchi neri , a mio modesto parere sono la prova e la testimonianza vivente dell'ultima epoca di musica "da ricordare".
E se infine dovessi pensare ad un’altra parola con la quale ricordare questo rito penserei all’atmosfera.
Si perché l'atmosfera del Neapolis 2011 era aliena, è cambiata assieme alla location, assieme alla gente. E' mutato l'approccio alla musica live.
Adesso non saprei dire chi sono i veri alieni ma una critica sicuramente va fatta a chi mette piede ad un Festival del genere alle dieci di sera, perdendosi il 50% delle esibizioni per non parlare della perdita di danaro che egli stesso ha investito , magari trascurando i gruppi emergenti. Ma come fa una persona che ama la musica a non provare curiosità verso gli artisti meno noti , meno noti s’intende per la “nostra” cultura musicale. E’ un grosso peccato davvero per chi è venuto a quell’ora per saltare solo a "Born slippy" quando non sa cosa s’è perso con "Altas" dei Battles.
La gente beh dov’era quella gente che dice che Napoli non offre possibilità di divertimento e non ha pari dignità rispetto alle organizzazioni del resto Europa.
Io ho notato poco che avesse a che fare col selvaggio, con lo scalmanato. Certo ho parlato di rito ma non di "messa", come è stato spesso negli anni '90, ma qualcosa di mistico e introspettivo io nella testa e a fior di pelle, io l’ho sentito.
Fino a prova contraria il Neapolis Festival rimane l’unico più grosso evento musicale che il sud Italia possa offrire. Credo sia per la stessa ragione che Napoli ha lasciato marcire un' area come l'Italsider di Bagnoli gettandola nel dimenticatoio.
E noi gente di Napoli forse davvero non siamo pronti ad avere e a comprendere la ricchezza di quest’ Acciaieria Sonora , di un festival, della la musica, che forse per le nostre aspettative non sono così indispensabili .
Ieri e il giorno prima e forse da qualche anno il Neapolis è stretto in una sorta di "parentesi" affiancata a tante altre, dentro la quale c’è la gente assuefatta, con molto rispetto per la musica , ma anche altra gente a cui forse non serve il Neapolis non piace ma perché principalmente non serve.
A me rimarrà comunque impressa la percezione di queste emozioni educate e soffuse e la voglia di sentirmi per un attimo a Berlino o in Galles.
Alessia Cozzolino