San Pietro a Corte e il palazzo di Arechi a Salerno

In tutti i weekend fino al 18 febb 2012 c’è in allestimento, a Salerno, una mostra di ceramica, arte orafa, rame e fotografie che espone le creazioni di alcuni maestri artigiani operanti nel salernitano. Il progetto, attuato dalla Camera di Commercio di Salerno e la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e delle piccole e medie imprese, in collaborazione con l’Associazione Culturale gruppo Archeologico salernitano Onlus, ha come titolo “Laboratori d’arte e Monumenti salernitani in età longobarda e normanna”.

Già il titolo è indicativo della particolarità dell’evento: manufatti pregevoli di diversi materiali esposti in siti archeologici del centro storico di Salerno, in un breve percorso che include la chiesa di Santa Maria de Lama, Sant’Andrea de Lavina e il complesso di San Pietro a Corte. Una occasione in più, insomma, per visitare dei monumenti aperti solo in particolari situazioni celebrative e culturali, apprezzarne la bellezza, approfondirne la storia e scoprirne i legami con questa città, di origine forse etrusca, in parte romana, sicuramente longobarda.

Il complesso monumentale di San Pietro a Corte dove è allestita la mostra di ceramica, è indubbiamente il sito archeologico più prezioso che si custodisce a Salerno perché è l’unica testimonianza di architettura palaziale del periodo longobardo. Faceva parte del magnifico palazzo di Arechi II, il grande principe della Longobardia minor, che fu l’ultimo baluardo di difesa della gens longobarda contro le mire espansionistiche di Carlo Magno, l’ingerenza di Papa Adriano e la minaccia bizantina.

Oggi di questo Complesso è riemerso solo l’ipogeo e la Cappella palatina, ma alla fine del 700 d.C. in quest’area, che non a caso è denominata Antica Corte, si ergeva un palazzo principesco che qualcuno, con orgoglio di parte, affermava avere ispirato a Carlo Magno la costruzione della reggia di Aquisgrana. Gli aritifices longobardi innalzarono il “ Sacro Palazzo”, così lo chiamavano i sudditi, poggiando le fondamenta su un Complesso termale romano di età imperiale di cui oggi si vede solo il frigidarium. Abbandonato per un alluvione, l’ambiente era stato riutilizzato qualche secolo dopo, come ecclesia e cimitero paleocristiano ed i nomi incisi sulle lapidi danno l’idea della varietà delle popolazioni presenti nella città: latine, greche, gote, bizantine. E su queste fondamenta che poggiava la chiesa palatina di Arechi, voluta dal Principe a completamento del suo palazzo: cappella privata, dedicata ai santi Pietro e Paolo, destinata al culto esclusivo della famiglia regnante e perciò orfana di reliquie, che impreziosivano invece le chiese aperte al popolo. Vi si accedeva direttamente dal palazzo, probabilmente attraverso un loggiato.

Viene descritta da Paolo Diacono come un luogo di straordinaria bellezza, con iscrizioni a caratteri dorati lungo tutte le pareti, interrotte da bifore e monofore attraverso cui la luce del sole penetrava prepotentemente ad illuminare il bronzo dorato delle lettere, le piastrelle marmoree, i capitelli delle colonne, le decorazioni di stucco e quel ciborio ligneo che oggi è esposto nel Victoria and Albert Museum di Londra. Era un piccolo gioiello, una riproduzione del grandi chiese innalzate dai Longobardi a Benevento, Brescia e Cividale del Friuli, di cui era originario il nostro Principe. E di fianco il Sacro Palazzo di Arechi, che di grande aveva le sale, le scalinate, la corte, il loggione affacciato sul mare, illuminato di sera dalle torce che lo rendevano visibile dal mare, anche a grande distanza. Era il primo edificio che colpiva gli occhi dei naviganti che si apprestavano a sbarcare sul molo che costeggiava il porto, frequentato da tutte le popolazioni mediterranee. Una vera reggia che, a differenza di tutte le altre, non era stata edificata per rappresentare la grandezza o la magnificenza del sovrano ma l’amore per il suo popolo, la vicinanza ai sudditi che lo consideravano il “rifondatore di Salerno”, il padre di una città che si stava risollevando dall’oblio della decadenza. Arechi avrebbe potuto rinforzare il castrum sulla collina Bonadies e farne la sua residenza: sarebbe stata una roccaforte imprendibile. Preferì, invece, vivere e operare immerso nella città che stava ricostruendo, a stretto contatto con i cittadini, sentirne l’afflato in un continuo e confortante abbraccio. I salernitani capirono, perciò chiamarono quell’edificio il sacro palazzo, perché custodiva ciò che di più prezioso possedevano: il loro sovrano.

Non fu la città a rinascere intorno al palazzo, ma il palazzo a sorgere dentro la città. Tra gli edifici pubblici e privati che si andavano moltiplicando a dismisura, tra le botteghe degli artigiani collocate sotto il colonnato della reggia, i vari mercati che si svolgevano a ridosso delle porte, vicino alle possenti mura arechiane che da allora in poi avrebbero difeso gli abitanti. Fu una scelta strategica, politica e sociale, sicuramente e da allora in poi i salernitani nutrirono per questo principe un amore viscerale che non terminò alla sua morte. Anzi, ne idealizzarono la figura e ne tramandarono il ricordo di generazione in generazione, fino ad oggi. Non è un caso se ad Arechi è intitolato uno stadio oltre che un castello e molte attività commerciali che si aprono, ancora oggi, portano il nome di Arechi. Poi la storia ha fatto il suo corso, il sacro palazzo è sparito ma non è andato distrutto né è caduto in rovina, è stato semplicemente inglobato nella città, come forse Arechi avrebbe voluto, utilizzato per varie botteghe al piano stradale, aggredito da abitazioni private nei piani superiori fino a quando l’impegno di privati cittadini e di qualche ente pubblico ha riportato alla luce quanto si era salvato dall’avanzare prepotente della cosiddetta civiltà. I testi di storia riportano diffusamente dell’imperatore Carlo Magno, sommariamente di Desiderio, il re longobardo sconfitto a Pavia. Manzoni ha immortalato con la sua falsa Ermengarda e Adelchi, i figli di desiderio. Di Arechi nessun cenno nella storia del nostro paese. Ne è rimasto, però, il ricordo in quella parte d’Italia che un tempo era la Longobardia minor, tenuto vivo da tutti quegli studiosi che si sono cimentati nella ricerca di documenti, conti e racconti e che, testardamente, tentano di tenere sempre viva l’attenzione.

Liana Matonti

 


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