Google condannata, il mondo si interroga sulla libertà di espressione online
Domenica 28 Febbraio 2010 00:02
Scritto da Massimo Formati

E’ stata una sentenza senza precedenti quella emessa dal Tribunale di Milano contro tre dirigenti di Google per violazione della privacy. Un filmato, caricato su Google Video nel 2006, nel quale un ragazzo down veniva picchiato da alcuni compagni di scuola rappresenta la causa della condanna. La questione è di quelle che scottano, e in questi casi i guanti sono d’obbligo. La prima domanda da porsi è: di chi è la responsabilità? Una domanda dalle mille risposte che a sua volta spiana la strada ad altre domande per lo più legate alla natura stessa di internet: la libertà di espressione. Tutti i giornali del mondo ne parlano, e tutti ne parlano più o meno nei medesimi termini, come si può ritenere responsabile di un illecito commesso da terzi qualcun altro solo perché ha messo a disposizione un servizio? D’altra parte da sempre internet è sinonimo di libertà, uno spazio libero virtualmente illimitato dove esprimersi e usufruire dei contenuti prodotti da altri senza vere e proprie restrizioni. Ma può effettivamente continuare ad essere così per sempre? Può essere anarchia assoluta? I “padroni” del web come Google sono da considerarsi alla stregua di Dei misericordiosi che concedono un potere all’uomo che lo utilizza sconsideratamente? C’è chi pensa di sì, che la natura stessa della grande rete stia nel fatto che non devono esserci limitazioni, che se così non fosse allora forse non ci si potrebbe più riferire a internet negli stessi termini.
“La maggior parte delle persone sarebbe d’accordo che il valore sociale di un sito come YouTube, accessibile liberamente, vale l’occasionale e minimo rischio che qualcosa di offensivo possa farsi strada” si legge in un articolo di Forbs.com. Posto che un controllo continuo dei contenuti da parte delle compagnie internet è commercialmente inattuabile, il web può definirsi uno spazio sicuro? Il caso italiano si sta rapidamente trasformando nel simbolo di una battaglia contro la repressione della libertà online che imperversa sui blog ed è destinata a durare a lungo.
Anche il New York Times mostra preoccupazione per la decisione presa dal giudice italiano: “In Italia, dove il Primo Ministro Silvio Berlusconi possiede la maggior parte dei media privati e controlla indirettamente i media pubblici, c’è una forte spinta per regolare internet in modo più deciso rispetto a quanto avviene altrove in Europa”. In Italia, sottolinea il New York Times, l’uso di internet è già tra i più bassi d’Europa e una condanna di questo tipo potrebbe fortemente limitare l’accesso alle informazioni in particolare per i più giovani che guardano la televisione meno di quanto facciano i loro genitori. Perfino l’ambasciatore americano in Italia, David Thorne, è insorto ritenendosi deluso dal comportamento della giustizia nel nostro paese. E’ una questione annosa ormai quella su una regolamentazione di internet, una questione che però, ora, si può avvalere di un elemento storico importante, una sentenza che per forza di cose continuerà a far discutere e che, chissà, potrebbe anche rappresentare un primo assaggio di ciò che sarà un giorno il nuovo volto del web.
Massimo Formati