Ilaria Giudice è nata e vive a Roma il 27 aprile 1993 e ha terminato il secondo anno del Liceo Scientifico P. Levi. Ha partecipato a laboratori di scrittura creativa all'interno della scuola e ha ottenuto, nel 2007, un riconoscimento nel Concorso "Breve...anzi brevissimo" indetto dalla scuola media che frequentava, con la poesia "Il valore della vita". Fa parte di una squadra agonistica di nuoto sincronizzato che ha vinto due titoli italiani di categoria e diverse medaglie. Nel tempo libero si diletta a scrivere poesie e brevi prose
Di Ilaria Giudice, in questa rubrica, sono già state pubblicate alcune sue poesie, ora ne leggiamo qualche brano.
Come ogni giorno
Come ogni giorno mi ritrovo, trasportata dall’ abitudine, in quel vicolo, spettatore silenzioso di qualunque storia, di un bacio rubato alla fretta, di una litigata tra gente senza casa, spettatore di una lacrima scacciata dal naso o di qualsiasi altro gesto che ha voluto compiersi proprio tra quelle due mura di Roma molto vicine. Cammino a passo svelto, ma con la mente mi muovo come in sogno. Attaccato ad un muro, un uomo con una barba incolta che gli sfiora di tanto in tanto il petto sta cantando. Poso lo sguardo su quelle mani che si muovono, ballerine, sulle corde di quella chitarra. Le note sono quelle di una canzone che amo e la sua voce mi entra dentro dolcemente. Invidio quelle due mura, che sembrano sussurrarsi qualcosa tanto sono vicine, che possono godere di quella melodia tutto il giorno.
Mi allontano e sento le note di quella voce sfiorarmi la schiena, come una leggera folata di vento che provoca un brivido piacevole sulla pelle. Oggi però ho deciso che non voglio avere fretta, non voglio allontanarmi da quello splendido attimo che mi ha regalato quello sconosciuto. Decido di tornare indietro e ora le note mi sbattono sul petto. Entro in un piccolo bar, che si fa riconoscere solo dall’ insegna arrugginita sopra la porta. Una piccola sala arredata in legno al cui interno arrivano quelle note che sto amando. Due tavolini davanti al bancone, su ognuno un mazzolino di tulipani di plastica. Rimango immobile ad osservare quel piccolo angolo che sembra essere lì da molti anni, con quel suo profumo caratteristico, un misto tra cappuccino e ciambella alla crema. I miei pensieri vengono interrotti dal saluto del proprietario che sbuca da dietro il bancone. Sembra che sia nato per stare lì dentro, non riuscirei ad immaginarlo in nessun altro posto o situazione. È lì, ed è incredibile come si sposi perfettamente con quelle quattro mura che racchiudono la sua vita. Da sotto due grandi baffi esce una voce rauca e forte che mi domanda cosa voglia. Ordino un succo alla pesca e nel porgermi il bicchiere noto che dietro il grembiule si nasconde una grande pancia. Mi siedo su uno dei due tavolini e sorseggiando la mia bevanda osservo i gesti perfetti di quell’ uomo. Ci avrà passato la vita lì dentro, quanti visi avrà visto, quante voci avrà sentito, a quante persone avrà detto buongiorno o arrivederci. Cerco di immaginare gli anni che aveva trascorso dietro quel bancone a servire la gente mentre i suoi capelli imbiancavano, la sua pancia aumentava, mentre i suoi figli crescevano e sua moglie moriva. Nel servirmi il succo di frutta avevo notato che all’ anulare portava due fedi. Qualcosa mi riportò alla realtà e notai che quella bellissima voce aveva smesso di accarezzare il mio corpo. Il mio bicchiere era colorato di arancione fino a metà e mi accorsi che la fretta che avevo abbandonato oggi stava cominciando a ricomparire; ma l’ uomo che cantava stava entrando in quell’ angolo di vita trascinando con sé una strana aria che mi faceva girare la testa. La stessa voce che si era rivolta a me gli stava domandando : “Il solito?”. Era già stato lì, forse c’ era sempre stato ed era per questo che quel bar aveva quell’ aspetto così incredibilmente bello. Non lo stavo guardando , lo stavo fissando, ma non riuscivo a staccare gli occhi da quello sguardo profondo, da quei capelli perfetti anche se arruffati. E poi quelle mani grandi, scure; quel modo di appoggiarsi su una gamba mentre metteva la chitarra per terra. Dietro quella barba si nascondeva un ragazzo e non potevo fare a meno di ammirarlo. Non so quanto tempo sono rimasta lì, i suoi occhi però si sono appoggiati sui miei. È stato un attimo fugace che mi ha annebbiato la vista e ha accelerato il battito del mio cuore per qualche secondo. Mi rivolge un ultimo sguardo e poi esce portando con se la stessa aria che l’ aveva accompagnato all’ entrata. Lo seguo con lo sguardo finché non scompare. Lascio delle monete vicino al bicchiere mezzo pieno e muta esco anch’ io. Non lo trovo più, cerco il suo profumo tra quelli dell’ altra gente. Forse quello spettatore silenzioso lo sa da quale parte si è diretto e probabilmente le sue mura se lo stanno sussurrando. Delusa mi incammino verso i vagoni della metro. Entro rimanendo schiacciata tra una coppia straniera che, senza accorgersi di me, cerca di capire quale sia la loro fermata passandosi una cartina stropicciata e troppo usata. Le porte si aprono e un fiume di gente sfocia veloce e prepotente fuori dal vagone. Mi siedo e chiudo gli occhi ripensando a quel vicolo che è stato fortunato spettatore dei miei pensieri. Prendo l’ i-pod e metto play sulla stessa canzone che quello sconosciuto stava cantando. Alzo la testa dallo schermo e sento uno sguardo invadermi con una dolce prepotenza. Mi giro: due grandi mani scure , una chitarra e quell’ abisso negli occhi.
È lui e mi sorride mentre scompare dietro le due porte che sbattono…
E poi ti affacci alla finestra
E vedo le nuvole