- Categoria: Lapilli Salerno
- Scritto da Maria Serritiello
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“Scafute Rosse va alla guerra” è il penultimo spettacolo del Festival Nazionale Teatro XS di Salerno
Virginia va alla guerra, ovvero il bisogno di raccontare e di raccontarsi od anche il bisogno di ascoltare storie, specialmente, se narrate in modo pulito, semplice, lineare, senza troppi orpelli, con ironia, ma anche di autoironia, usate nei confronti di un periodo storico preciso, evocativo e suggestivo, dal punto di vista emotivo. Virginia va alla guerra, ovvero nel titolo originale “Scufute rosse” per via del fazzoletto rosso che le copriva il capo, è la storia della famiglia Benedetti di Sclaunicco (Ud), di e con Norina Benedetti, autrice del monologo e recitato da lei stessa, che ha stregato il pubblico del Festival Nazionale Teatro XS, penultima opera in programmazione.
A metà tra il racconto di una ragazzina dodicenne e la verità storica, Norina Benedetti, confeziona un monologo che non distrae e non annoia. Le voci diversificate per differenziare i personaggi di cui narra e la serie di vecchi mestoli di alluminio, usati per far dialogare soldati e comandanti, è una genialata semplice ma efficace.
L’incipit è dolce, sa di biscotti fatti in casa e di salotto buono, la nonna Virginia che racconta e Norina che ascolta “Mia nonna come tante altre nonne del nostro Paese ha vissuto la Prima Guerra Mondiale. E come tante altre l’ha raccontata a me, quando facevo merenda, quando fuori pioveva o non riuscivo a dormire…La nonna sapeva raccontare bene le storie soprattutto quella in cui lei era come Cappuccetto Rosso che incontrava un lupo molto speciale: la guerra”. Anche il seguito si mantiene su di una linea morbida, di canti popolari “Sul cappello Sul cappello che noi portiamo
c'è una lunga penna nera che a noi serve da bandiera su pei monti a guerreggiar. Evviva, evviva il reggimento Evviva, evviva il Corpo degli Alpin” introducono la grande guerra del 15-18, sul fronte del Friuli. Tra le trincee scavate s’intrecciano i vari dialetti d’Italia e di giovani affratellati, in un abbraccio mortale, 600.000 mila furono i morti, per una guerra voluta dal Re e senza che loro ne capissero la ragione. Ma Norina Benedetti non entra nelle ragioni politiche, vuole percorrere questo infame periodo dal di dentro di una tipica famiglia di quelle terre (una specie di amarcord degli “Alberi degli zoccoli” di Ermanno Olmi. N.d.r) e più precisamente dall’interno di un binomio tutto al femminile di nonna e nipote, con la prima a fare ed a vivere, la guerra a 360 gradi, la seconda a raccoglierne il testimone raccontando la storia della “nonnuta” con tutto l’afflato spirituale ed emozionale che avvolge tale operazione.
Un viaggio ardito, perciò, tra le zone di battaglia di una bambina e della sua gallina, nascosta in un cestello, che porta con sé per la sopravvivenza. E ne passa di sventure, “scafute rosse”, come si può immaginare. Scappa, viene divisa dalla famiglia, incontra parenti, incappa in qualche brutto episodio, tutti sono in fuga, chi a piedi, chi con carretti, chi solo con poca roba caricata sulle spalle, passa il Tagliamento con la paura di cadere di sotto, ma con la determinazione di ripercorrerlo al contrario per raggiungere il paese.
La disfatta di Caporetto viene da lei raccontata in modo frenetico con voce crescente e smarrita, occhi sbandati e la voglia matta di tornare a casa. Norina seduta su di una scopa, per sorvolare tutta la linea di guerra a raccontare la cronaca di quelle ore nella sua terra, un espediente rappresentativo furbo che ci riporta alla favola. Ma fiaba non è quando una divisione tedesca raggiunge il pomeriggio del 24 ottobre, la città di Caporetto; quindi gli austro-tedeschi avanzarono per 150 chilometri in direzione sud-ovest, raggiungendo Udine in soli quattro giorni, mentre l'esercito italiano ripiegava disordinatamente con numerosi casi di disgregazione e collasso di reparti. E’ la fine, la disfatta si è conclusa e Virginia con gran fatica e disagi torna a casa e si unisce alla famiglia.
A pensarci bene la storia raccontata è piana, leggera, ingenua, fanciullesca, nel senso che raccoglie gli episodi e le testimonianze di una donna/nonna del Friuli, come ce ne sono state tante in quel tempo, ad aver vissuta quella guerra assurda e non compresa dal popolo. Ma tant’è alla fine è l’amore della nipote per la nonna, cui piaceva raccontare episodi della propria vita a fare da padrone, in una specie di epopea familiare volutamente legata alla grande guerra che sempre più si va stagliando in lontananza nell’immaginario collettivo dei ricordi di noialtri, che di quella guerra siamo i figli/nipoti/eredi. Un’operazione che Norina ha fatto con eleganza, leggerezza, bravura e tanto, tanto amore, trasudante da ogni gesto, ogni parola, ogni ricordo, ogni inflessione della nonna, che quasi rivive con lei e si aspetta di vederla comparire sul palco a lei insieme. Qualche lungaggine descrittiva in più nel testo, lungi dal dare fastidio, rende la storia ancora più credibile e come tale piace tanto confermare l’eccezionale bravura della Benedetti, pluripremiata a livello regionale e nazionale e diretta in modo impeccabile da Carolina de la Calle Casanova, drammaturga e regista professionista milanese.
Non rimane che sottolineare l’incrollabile fede di Norina Benedetti, del Gruppo teatrale Estragone di San Vito al Tagliamento che con il suo pezzo e bravura interpretativa, di essere il testimonial di un sentimento che i nostri tempi stanno dilapidando e cioè quello dell’amore dei nipoti per i propri nonni e la storia del passato, per costruire un futuro di assoluta pace.
Maria Serritiello