Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy.

  • Categoria: Attualità
  • Visite: 197

Il mio rapporto con il vento

Il mio rapporto con il vento

 

Foto Nicola Incampo 1Quando facevo la scuola elementare ricordo che il Maestro chiese ad un compagno di spiegare “il vento”.

Cenzino, questo il nome del compagno, ci guardò tutti in faccia, come se volesse essere aiutato a trovare la risposta, poi con una calma unica guardò il maestro e rispose “Il vento è una cosa fresca che ti arriva giusto in faccia”.

Il Maestro prima lo guardò sbigottito, poi incominciò a ridere coinvolgendoci tutti.

Dopo aver raccontato questo ai miei alunni scrissi alla lavagna: “Il mio rapporto con il vento” e lessi loro una bellissima poesia di Percy Bysshe Shelley.

Poeta inglese, nato a Field Place, Horsham, nel Sussex, il 4 agosto 1792, annegato nel Golfo della Versilia l'8 luglio 1822.

È famoso per aver scritto opere da antologia quali Ozymandias, l'Ode al vento occidentale (Ode to the West Wind), A un'allodola (To a Skylark) e La maschera dell'anarchia (The Masque of Anarchy), ma quelli che vengono considerati i suoi capolavori furono i poemi narrativi visionari come il Prometeo liberato.

La poesia è la seguente

 

Rude vento, che diffondi in suon di pianto

Un dolore rapporto triste per un canto;

fiero vento, che se i ciel di nubi è fosco,

fai suonar di notte a morte le campane;

uragano le cui lagrime son vane:

e tu, cupo, dalle nude rame, o bosco;

o spelonche funerarie, o mal profondo:

voi piangeste, voi piangeste il male

 del mondo.

 

In questo testo notiamo come il rapporto con il vento è sicuramente sofferto.

Infatti in questa poesia il vento non ha nulla di tenero e di dolce.

Dal suo impeto non nasce un canto, ma solo un frastuono che sgomenta.

L’autore evidenzia che anche le campane rispondono a morto alle sferzate delle sue raffiche impietose.

È come se il vento fosse malato, malato della malattia del mondo, quella malattia sulla quale inutilmente piange e si scatena l’uragano.

È un esistere umano sempre malato e sempre moribondo.

E tutto questo fino a quando non appare un segno, nel cielo.

 

Nicola Incampo

Responsabile della Conferenza Episcopale

di Basilicata per l’IRC e per la pastorale scolastica