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Al Teatro Ghirelli di Salerno “Occhi Gettati” Testo, Ideazione e Regia Di Enzo Moscato

Enzo Moscato 2Con Benedetto Casillo, Giuseppe Affinito, Salvatore Chiantone, Tonia Filomena, Amelia Longobardi, Emilio Massa, Anita Mosca, Enzo Moscato, Antonio Polito. 

“Occhi Gettati”, dove “gettati” sta per dare uno sguardo selettivo su qualcosa che molti, trascurano “una sorta di picassiana Guernica, sul teatro, su Napoli e su me”, come lui stesso definisce il lavoro, scritto nel 1986 e potato in scena dopo trent’anni. Del resto, gli 8 straordinari interpreti, che in cerchio affollano la scena sono corpi smembrati dalla vita, come quelli spiaccicati nell’opera pittorica. Ed eccoli, fin dall’inizio, prendere posto, uno ad uno, con vesti che già raccontano chi sono stati e sono. Nello spazio recitativo accovacciati per terra, attendono la vestizione: il velo. Il fondale è rigorosamente nero, al centro troneggia una maxi scena di San Sebastiano, sparsi a terra petali di fiori per leggiadria di contrasto e sotto Enzo Moscato, seduto dietro ad un leggio, segue, partecipa, interviene, interpreta. Non mancano le lucine da festa di paese, scendere dall’alto come timidi raggi illuminanti e lui, officiante di una liturgia laica, a dare il via ad un racconto convulso, incalzante, a volte delirante, ma di una logica stringata, per chi segue il suo teatro e le sue tematiche. Otto gironi danteschi in cui si muovono: il femminiello, luparella, a strega, desnudo, palummiello ed altre equivoche figure. Le narrazioni appartengono ad un’esistenza di mezzo, a cui Enzo rende giustizia e conoscenza e quello che aggiunge di kitsch o di troppo osato, è per mandare a mente un mondo, che sebbene esistito e forse esistente, nessuno se n’è mai occupato con l’anima.

Il suo vuole essere un ennesimo tributo al mondo altro che abita in ognuno di noi (vale anche per i non napoletani), un mondo da alcuni accettato, da altri rimosso, da altri ancora, solo oggetto di denigrazione e diffamazione e lo fa scegliendo un narrato corale, polifonico con un occhio ai gironi danteschi e un altro all’accettazione che Napule e’. Quasi un quadro di insieme, una sorta di lascito testamentario artistico, letterario del proprio mondo.

Nella sua pièce tanta memoria collettiva a rispolverare melanconicamente il passato, come la musica, una parte importante che, ogni volta, invade la scena, ora allegramente con “Angelina”, cantata da Luis Prima, con un americano approssimativo, come la lingua “ broukulina parlata dai nostri emigrati in America, o come la leggiadria della lingua francese di Yves Montand. Un puzzle di ricordi, di emozioni, stratificati nell’animo del grande artista. Al di sopra di tutto, ciò che affascina di più e sempre di Enzo Moscato, nei suoi originali spettacoli, è la parola, di cui è maestro. Una complessa struttura di intrecci e citazioni, un’articolata architettura linguistica desunta dalle varie invasioni subite dalla città e che affollano il linguaggio del testo. E poi le parole mormorate fiatate e ripetute come in un eco immaginario e lo spettacolo s’imbuca in un coro da tragedia greca. Ad unire tutto l’impianto culturale, tutto questo mondo crudo e poetico, reso bellamente scenico da Enzo Moscato, ripetuto più volte, come le parole recitate, per essere ben comprese, il dolcissimo canto rievocativo di Franco Battiato, Prospettiva Nevski. Improvvisamente, ognuno dei presenti, commossi e partecipi, sono entrati di diritto nella creazione di Enzo Moscato.

Maria Serritiello