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Salerno

  • Scritto da Maria Serritiello
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Al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno si rappresenta “La Morte di Carnevale” di Raffele Viviani per la regia di Roberto Nisivoccia

la morte di carnevale10 Repliche, 4 a dicembre e 6 in gennaio, per rappresentare un classico di Raffele Viviani “La Morte di Carnevale” dove per Carnevale sta il cognome del protagonista e non per la festa godereccia a cui tutti sono portati a pensare. Una carrellata di personaggi, 15 per l’esattezza diretti in maniera egregia da Roberto Nisivoccia. E qui è d’obbligo soffermarsi sul cognome di Roberto, erede talentuoso di Sandro Nisivoccia, che è stato e lo sarà per sempre “Il Teatro a Salerno”. Il San Genesio, il luogo di culto per i tanti attori della città formatisi alla severa scuola di Sandro e Regina Senatore, sua moglie, la migliore interprete di tutti i tempi (N.D.S.) di Filumena Marturano. Insomma, la Storia!

E così, 38 anni fa, fu messa in scena, La morte di Carnevale, con un cast, tra l’altro, di attrici virtuose, che partite dal teatro amatoriale, si sono affermate professionalmente e con successo, come Beatrice Fazi e Autilia Ranieri.

La nuova edizione, presentata al Piccolo Teatro del Giullare è già diventata un cult, perché ad interpretare ‘Ndunetta è la gemella di Roberto, i figli unici di Alessandro e Regina, Pasquale Capuozzi, detto Carnevale per via della sua mole, è affidata a Tonino Peluso, più noto, almeno per me (N.D.R.) come commentatore della Salernitana ed a Giovanni Caputo, il nipote Rafele, bontà del tempo, come 38 anni fa, ha mantenuto il fisico giusto, il viso giovane e la caratterizzazione performante dei 38 anni passati. Una chicca tutta da ascoltare, è il commento musicale che per volere del regista, in questa sua ricerca del tempo perduto e rielaborato il più fedele possibile, è inviato al pubblico da un nastro, lo stesso degli anni trascorsi, per fare arrivare agli spettatori, la fedeltà del suono. Roberto, all’epoca era proprio il tecnico del suono e questa sciccheria se l’è voluta concedere.

“La morte di Carnevale di Raffaele Viviani è una commedia napoletana che narra la storia di Pasquale Capuozzi, detto "Carnevale", un vecchio e avaro usuraio che, sentendosi morire, si gode i preparativi per la sua morte e il conseguente sperpero di denaro da parte del nipote Raffaele e del vicinato, solo per scoprire, nel finale esilarante, che era solo una morte apparente La trama si sviluppa tra equivoci comici, funerali finti, pettegolezzi e lamenti, mostrando la miseria e i vizi di un quartiere popolare napoletano”

Un impegno corale che ha dato la sua pregevolezza a tutta l’opera rappresentata e che è risultata legata dal filo sottile della bravura di ognuno, infatti tutti hanno dato una caratterizzazione esemplare al personaggio assegnato, non solo per il recitato ma anche per la fisicità.

Mi piace elencarli tutti:

Anna Scarpetta, Giovanna Cicalese, Francesco Petti, Giovanni Lopardo, Renato Del Mastro, Maurizio Barbuto, Fortunata Russo, Rosa Ricciardelli, Ludovica Pecoraro Scanio, Armando Incolingo, Cristiana Piraino, Mariella Pontrandolfi.

Una menzione a parte va ad Anna Nisivoccia che si accolla i personaggi e li fa tutt’uno con i movimenti, la voce, l’espressività e la capacità di dare la sua impronta ad ogni interpretazione, lei è ‘Ntunetta e nessuna sarà come lei, neppure ad imitarla. Bravo, bravissimo a Tonino Peluso, mi chiedo da dove l’ha cacciata quella voce così graffiante, raspante l’orecchio, facendolo apparire un cupido avaro? E’ pur vero che la voce possente da commentatore davano avvisaglie…

E poi che dire di Giovanni Caputo, perfetto, diligente, meticoloso, accurato, scrupoloso per ogni ruolo assegnatogli, in questo, oltre alla caratterizzazione precisa, è comprensiva di commozione, anche 38 anni fa il ruolo fu suo. Tanti anni e non sentirli è solo suo merito per la versione fresca, giovanile e di convincente innamorato. Ha reso credibile, oltre gli anni, un ruolo che solo un giovane, con energia vitale può interpretare. Chapeau Giovanni!

Lunga vita teatrale al Teatro Popolare Salernitano ed Il Sipario di Sandro e Regina

Maria Serritiello

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Gennaro De Rosa al Teatro Ridotto di Salerno in replica per due sere

gennaro de rosaPrima d’iniziare la comicità, nel piccolo Teatro Ridotto, dove l’imperativo è ridere, un passaggio d’obbligo con l’attrice Cinzia Ugatti che, con la sua bravura interpretativa, ci fa ben riflettere su di un pezzo che ha come soggetto la Violenza Sulla Donna. Il Ridotto, come altri teatri della città, ha aderito alla campagna di sensibilizzazione indetta dalla Prefettura di Salerno per l’emergenza violenza - donna, un triste fenomeno sempre più in ascesa.

Avverto il bisogno (N.D.R.) di riportare il monologo per intero, scritto da Beppe Stoppa, in occasione del lancio del progetto Libellula, primo network di aziende unite contro la violenza sulle donne, partendo dalla diffusione della cultura della bellezza nei luoghi di lavoro.

Beppe Stoppa, professionista nell'ambito della comunicazione e dei sistemi per lo sviluppo delle risorse umane

“Io sono una donna fortunata, ho imparato ad usare il trucco da piccola, prima con le bambole, poi su di me. Piano piano, sono diventata una vera esperta. Non ne uso mai tanto, non voglio apparire, non voglio che mi guardino, non mi piace avere gli occhi addosso. Mi fanno paura. Ma se capita voglio che il trucco mi nasconda, nasconda prima me e poi, insieme, i segni che mi porto addosso. Non voglio che la gente pensi, immagini, si faccia delle domande. Ma la gente non pensa, non sa, non immagina.

 

Io sono chiusa nel mio tailleur su questa metro. Ho gli occhi fissi sul pavimento. Mi sento protetta in mezzo alla gente, non mi disturba nemmeno essere spinta, toccata, qui è lecito, qui lo accetto, so che è la ressa e non la volontà. Però non alzo gli occhi, non voglio incrociare altri sguardi.

 

Non voglio incrociare gli occhi di un’altra donna e chiedermi se anche lei si è truccata come me questa mattina o se è davvero felice. Non voglio scoprire la sua felicità, quella aggiungerebbe del male alla mia vita. Non voglio che lei mi guardi e riconosca nel mio trucco il suo e pensi, siamo uguali. No non siamo uguali. Magari lei se l’è cercata, se l’è meritata. Io no. Non siamo uguali.

 

Non alzo gli occhi per non incrociare lo sguardo di un uomo. Anche lui mi guardava sempre, prima. Poi mi parlava, poi mi baciava. Quegli occhi che ti guardano, adesso mi fanno paura perché adesso conosco la storia, so come va, come funziona questo rito.

 

Ieri sera non mi guardava, era di spalle, poi non so, non ricordo, ha detto qualcosa, ricordo solo che ha ripetuto più volte la stessa cosa, ma cosa non so, e ad ogni passaggio il tono era più alto. Poi si è girato e l’ho visto in faccia. Non era la sua faccia, non poteva essere la sua, lui non ha quella smorfia cattiva, non ha gli occhi così stretti, lui assomiglia a nostro figlio, è bello. Ricordo che il piccolo piangeva forte, faceva rumore. Ricordo solo il rumore. Poi un dolore, uno schiaffo forte che mi butta a terra. Mi fanno male i capelli. Li sta tirando e mi butta indietro il collo. Poi mi spinge la testa in avanti, sento un calcio sulla gamba, poi uno nel costato e ancora due pugni in testa, non rapidi. Prima uno, poi, con calma, arriva un secondo colpo. Ma non urlo. Poi nulla. Il piccolo continua a piangere, sempre più forte, ma lui se ne è andato. Mi alzo e vado a calmare il piccolo. Lui è uscito.

 

Quando è rientrato non aveva più gli occhi stretti. Il piccolo dormiva. In casa c’era silenzio. Non mi ha detto nulla, si è versato un bicchiere d’acqua poi, mi ha guardato. Non aveva gli occhi cattivi. Mi ha guardato a lungo, poi mi ha parlato, poi mi ha baciato, poi mi ha accarezzato il livido sotto gli occhi, mi ha baciato il livido, poi mi ha slacciato la camicetta e il reggiseno, mi ha slacciato i jeans, poi mi ha portato in camera. Il piccolo no, continua a dormire tranquillo.

 

Arrivo finalmente in ufficio. Saluto la collega e abbasso la testa verso la tastiera del pc facendo cadere i capelli sulla faccia. No, non vado a bere il caffè. Non voglio stare con la gente, non voglio che mi facciano domande, che mi chiedano cosa hai fatto di bello ieri sera, sempre ammesso che qualche collega uomo non mi chieda dove sono andata a sbattere la faccia e mi dica stai attenta quando fai i mestieri, l’ho sempre detto che non sei una donna di casa, che lui saprebbe come occuparmi il tempo…  

 

Accendo subito il computer e mi metto al lavoro. Apro la mail. La solita fila infinita di messaggi a cui dare una risposta. C’è la mail di buongiorno piena di cuoricini del ragazzo dell’ufficio acquisti. Ma non sorrido, come al solito non rispondo, la cancello, poi svuoto subito la casella di posta eliminata. Guardo l’iPhone. Un messaggio su WhatsApp. È lui. Mi dice scusa per ieri sera, perdonami, però poi è stato bellissimo, torna presto stasera, ti aspetto, ho voglia di vederti, mi manchi… Non rispondo, mi alzo, vado in bagno. Devo vomitare”.

Con la sua magistrale interpretazione, Cinzia Ugatti ha calato un velo di tristezza su ogni donna presente e di palese ribellione alle parole che raccontano la vita infelice di tante, troppe, ormai, dell’altra metà del cielo. Quasi si fa fatica a riprendere la spensieratezza, la ragione per cui ci si trova al Ridotto, ma è solo all’inizio, perché The show must go on e dietro le quinte c’è Gennaro De Rosa, che scalpita, pronto a farci ripigliare e a godere dello spettacolo che Gianluca Tortora ha voluto regalare ai suoi abbonati. GRAZIE!

Gennaro De Rosa, vincitore del Premio Charlot 2015, è una cara conoscenza, per chi l’ha lanciato nel mondo del cabaret: il Patron Claudio Tortora e nel segno della continuità del figlio Gianluca. È affezionato, si vede, si sente, al pubblico Salernitano e non si risparmia sul palco. Con una spontaneità che ammalia, inizia con il cantare un pezzo di Carosone che lancia a mille l’adrenalina di chi lo ascolta e l’accompagna con lo schiocchio delle mani. Il suo spettacolo è un turbinio di battute, spontanee, semplici, ma tanto divertenti, porte con garbo, con il sorriso, con educazione e rispetto. Il pubblico lo applaude, ride, apprezza il suo spettacolo che alterna non solo canzoni di pregio “Tu si na cosa grande” “A tazze e caffè”, ma anche quelle conosciute, quale repertorio, della canzone macchiettistica napoletana. Gi autori rispondono al nome di Raffele Viviani “O guappe nammurate”, di Armando Gill “Allora “e di Pisano e Cioffi “Fatte Pittà”.

Uno spettacolo, dosato, calibrato in maniera piacevole, dove la battuta inizia e completa la voce limpida di Gennaro, un napoletano appassionato, che non può non concludere il suo spettacolo con il Principe della risata “Malafemmene: Totò.

Maria Serritiello

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