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Con “Una Spina nella Carne” ottavo spettacolo presentato al Festival Nazionale Teatro XS città di Salerno, si sono concluse le presentazioni in concorso, il 5 maggio le premiazioni

 

una spina nella carneBuio pesto in teatro, dal fondo un canto che, man mano si avvicina e sta a ricordarci che siamo prima del Concilio Vaticano II, voluto da Papa Giovanni XXIII, giacché si eleva in latino accompagnando una figura femminile: “Salve Regina, Mater misericordiae, vita, dulcedo, et spes nostra, salve. Ad te clamamus, exsules filii Hevae, ad te suspiramus, gementes et flentesin hac lacrimarum valle. Eia ergo, advocata nostra, illos tuos misericordes oculos ad nos converte. Et Jesum, benedictum fructum ventris tui, nobis, post hoc exsilium, ostende. O clemens, O pia, O dulcis Virgo Maria.”

Una ragazza mora appare, capelli scuri, raccolti disordinatamente, esile e vestita di bianco, con in testa una cesta che sembra più una “centa votiva” che un raccoglitore di panni ed oggetti. Con il coro termina il suo Salva Regina, poggia la cesta a terra, ripone il manto celeste che l’aveva ricoperta a mo’ di Madonna e comincia a raccontare, con una bellissima sonorità dialettale calabrese, chi era e chi sarà dopo.

Leonilde, questo è il nome della ragazza della narrazione, era di famiglia povera e numerosa, nata in Argentina, precisamente a Buenos Aires, fu figlia di un’emigrazione ben conosciuta dai tanti meridionali dell’Italia inizio ‘900. Fatto si è che nel raccontarsi la ritroviamo, in seguito a Girifalco, nella sua calorosa Calabria, serva dei Signorotti del paese, a pulire i tanti vetri del loro palazzo. I padroni, però, possedevano palazzi anche a Policoro, in Basilicata, per cui la misero su di un treno e la mandarono da sola a pulire vetri anche là. Nel far risplendere le finestre del palazzo, Leonilde si accorse del giovane e bel guardiano della villa che armeggiava di sotto nel giardino, le bastò un suo sguardo, l’essere stata notata, lei che per nessuno era visibile, come i vetri che puliva, innamorarsi, dunque, le fu facile. Così non fu per lui, se non approfittare di lei, disonorarla ed abbandonarla.

Da quel momento, alla povera Leonilde, la spina nella carne si conficcò talmente bene, da farla impazzire, sia per l’amore tradito, a quell’uomo aveva dato se stessa, sia per l’abbandono vergognoso della famiglia, il parentado, il paese tutto. L’unica via possibile per acquistare l’onorabilità familiare, fu per la giovane la via del manicomio dove vi restò per 40 anni, cioè sino alla morte.

Fin qui la storia della povera Leonilde, una delle tante donne di cui non conosciamo la loro esistenza, prima che la legge Basaglia, 13 maggio 1978, n. 180, le abbia salvate dall’anonimato e da pene-torture, scontate senza aver nulla commesso, se non amare prive di speranza uomini senza scrupoli ed avere famiglie che si liberavano di loro per rifarsi la facciata di onorabilità.

“Una spina nella carne” di e con Francesca Ritrovato, nata proprio a Girifalco, detto il paese dei pazzi, si è data da fare per cercare negli archivi le cartelle cliniche di tanti pazienti passati in quel luogo dal 1881 ad oggi ed ha scelto la storia di Leonilde che paga con 43 anni di manicomio la sua fuga d’amore. Non era stata, quella di Leonilde, la “fuitina” d’uso, per convincere famiglie recalcitranti all’amore dei due giovani, ma una tre giorni d’amore, isolati da tutti, un sogno da signora, per la povera serva, tanto da immaginare che quel castello fosse il suo, e l’uomo con cui sta sia il principe azzurro, che la sua storia sia vera e non l’inizio di una sofferenza senza fine anche per l’epoca che la considererà una poco di buona, una strega, una fattucchiera, un’impossessata dal diavolo.

Accompagnata da musiche dal vivo, eseguite da Fabio Macagnino a sottolineare momenti tristi a momenti tarantolati, quelli che ricordavano le donne studiate dall’antropologo Ernesto De Martino, in Sud e Magia, morse dalla tarantola, un ragno velenoso che provocava malessere e una forma di epilessia che induceva a ballare senza mai fermarsi (tarantolate) le povere donne morse dall’orribile ragno. Francesca Ritrovato accenna alla pizzica, balla con grazia, senza la licenza di chi perde i freni, balla, invece, con passi moderati per mimare la ninna nanna al manto azzurro, arrotolato sotto il vestito, un rigonfio che fa intendere, ma che poi non dà nessun frutto.

Un monologo “Una spina nella carne” di e con Francesca Ritrovato per la compagnia teatrale di Anghiari, ultima opera presentata all’XI Festival Nazionale Teatro XS di Salerno, di diritto a partecipare la rassegna di Salerno, per un accordo di rete, in quanto vincitore del Festival teatrale Monodrama di Sala Consilina diretto da Enzo D’Arco, dalle due facce: la prima ritmata, nervosa, vibrante, colorita, avvincente ed intrigante con il dialetto calabro a scandire i tempi ed a dominare la scena, mentre musiche elettrizzanti o dolenti tenevano l’animo degli spettatori sulle corda, la seconda più piana, liscia senza grandi sconvolgimenti ne’ infuocati improperi verso una società, troppo ancora a vecchi ed insostenibili moralismi che sapevano di ignoranza e di manipolazioni. Ed ancora l’autrice poteva e forse doveva ergersi a paladina di altrettante donne indifese, in una sorta di crociata contro i soprusi di tutti i tempi. E sono convinta che la lingua calabra e la musicalità dell’aedo sono optional da sfruttare con più coraggio e creatività, dal momento che madre natura ha dotato lei di un viso leggiadro, evocativo, nostalgico, piacevole ed espressivo di una regione che da molto tempo aspetta un suo cantore-attore.

Intanto lei dice di se stessa “…Narro del mio viaggio, del mio cercare, tra solitudini e speranza, tra me e l’altro, tra l’andare e tornare…Tornare nei luoghi dai quali sempre mi allontano e dove sempre ritorno con una “spina nella carne”

Maria Serritiello