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Salerno

“Noi Pupazzi” di Marco De Simone presentato al Teatro Genovesi, nel giorno della Memoria

pupazziE’ il 27 gennaio 2019, giorno della Memoria, istituita dalle Nazioni Unite il 1° novembre del 2005 e la Compagnia dell’Eclissi di Salerno ha inteso celebrarla come meglio non si poteva. Rappresentato è un lavoro scritto, musicato, diretto ed interpretato da Marco De Simone dal titolo: “Noi Pupazzi”

In scena una storia di sopraffazione, di una vita sconvolta dal razzismo. A raccontarla è un giovane di bell’ aspetto, Saul, con un profilo pulito, netto, preciso, gentile, dolce e delicato, sensibile e sognante, che sembra nutrirsi della storia raccontata. Con la sua voce evocativa, malinconica, venata di tenera nostalgia, la figura esile, quasi emaciata, ricoperta da abiti semplici e usuali, Saul, animando i suoi pupazzi di pelouche fa sognare gli abitanti del suo paese con le favole che inventa e mette in scena per grandi e piccini. Tutto cambia con l’avvento delle leggi razziali del ’38, emanate dal duce, un’onta di vergogna che scombina la vita di tante persone. Saul non si arrende e dove, man mano, si ripara nella fuga, continua ad inventare storie per sollevare la tristezza di chi l’ascolta. Ciò che Saul racconta, superando l’atrocità del momento, con l’ingenua freschezza dei suoi adorati pupazzi, sembra essere la sua storia o una vita realmente vissuta in quei luoghi e in quei tempi, infatti il giovane Marco De Simone crea, sì, una storia fantastica per la rappresentazione, basata, però, su testimonianze reali dei sopravvissuti, tanto che si è quasi portati a credere che la storia non fosse di fantasia, ma fosse una propaggine eterea, materializzatasi all’improvviso e che si fosse snodata da sé, senza sforzo, senza astio ne’ rabbia e che racchiudesse all’interno la misura triste del vissuto tragico, la compostezza che, per certi versi, ha sempre caratterizzato il comportamento di quanti sfuggiti, hanno potuto parlarne di una sofferta accettazione del proprio sacrificio, in favore dei posteri, perché potessero imparare da quanto loro capitato. La consapevolezza e l’acquisizione della conoscenza più approfondita dello animo umano, lascia ben pochi margini di speranza, al punto tale che anche il disperato je accuse del protagonista a quanti gli avevano strappato con la vita, il suo desiderio, la sua passione, la sua voglia di raccontare storie belle per i bambini ed adulti, giunge forte e scuote gli animi dei presenti, avvolti com’erano dalla fiabesca magia della sua storia. E il pensiero va alla mite delicatezza del film “La vita è bella” di Roberto Benigni, anche lì la finzione fiabesca è per salvarsi dalle atrocità dei campi di concentramento o la pacata immagine di Primo Levi in “Se questo è un uomo”: mai un grido, un urlo, una rabbiosa reazione, quasi come se alla fine avesse deciso di non dare ai suoi aguzzini nessuna occasione per esacerbare il loro odio, schiena diritta e stivali lucidi, questo il segno che i persecutori non avevano il suo consenso all’orrore che praticavano.

Ecco la stessa sorte era toccata al nostro Saul che era riuscito a dare alla sua passione, con le storie dei pupazzi, la forza di improntare la sua vita, consentendogli di essere, così, un uomo vivo e vitale, con un destino e un futuro già segnato. Una sorta di consapevolezza istintiva della vera natura umana gli permetteva di volare alto sulle miserie e di provare a farsi portavoce di una vita alternativa possibile. Sei parallelepipedi di cartone, altrettanti basi per l’esposizione degli amici pupazzi e un palcoscenico da burattinaio, dove far recitare l’intera collezione dei suoi peluche, sono gli elementi di un palco scarno semplice, eppur gentile tra i quali il protagonista si muove con delicatezza e destrezza, gentilezza e rispetto, dolcezza e garbo. Una voce gentile e morbida, pulita e calda ha intessuto un dolce colloquio con il pubblico e i suoi figliocci, nel suo spartano vestire di camicia e pantaloni tirati su con due bretelle e le maniche arrotolate al gomito. Una persona della nostra infanzia, il figlio bravo della famiglia onesta e lavorativa, che vive in fondo alla strada e che non ha rinunciato mai ai suoi semplici sogni e alla sua passione di raccontare storie a lieto fine, buone a riscaldare gli animi e spingerli a fare il bene. Storie semplici di tutti i giorni che il destino talvolta cancella perché siano semi di bontà! Almeno così ci piace pensare anche se, anche se... purtroppo! Ma questa è una altra storia.

Voci fuori campo: Michelangelo Izzo, Annalaura Mauriello Renata Tafuri

Scenografia: Marida Niceforo

Brano non originale : Tieniamente di Claudio Baglioni

Maria Serritiello

  • Scritto da Maria Serritiello
  • Categoria: Lapilli Salerno
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Al Teatro Ridotto di Salerno “Sala d’attesa” con e di Ivan e Cristiano

locandina ivan e cristianoEbbene sì, quasi tutti ce li aspettavamo così come abbiamo imparato a conoscerli nel divertente spettacolo di Made in Sud su Rai 2, Ivan con il maglioncino rosa sulle spalle, pantaloni in riga e linguaggio forbito, di contra, Cristiano, jeanzato da capo a piedi, in testa una vistosa parrucca bionda e linguaggio da tamarro. Non è stato così e sabato 26 e domenica 27 gennaio, al Ridotto di Salerno, ci siamo trovati di fronte due attori bravi, autori e registi della pièce teatrale dal titolo “Sala d’attesa” che nulla avevano a che fare con i conosciuti comici. Il voltare pagina dei due è stato destabilizzante per il pubblico del Ridotto, abituati a pezzi leggeri e alla risata facile, ma alla fine ha saputo apprezzare la prova teatrale dei due attori.

Ivan Fedele, classe 1974, e Cristiano Di Maio, classe 1976, entrambi nati a Napoli, si conoscono fin dalla scuola elementare, ma il sodalizio teatrale nasce alcuni anni dopo, nel 1995, quando insieme ad altri attori fondano la Piccola Compagnia Teatrale Spaccanapoli e cominciano a girare l'Italia proponendo un repertorio scritto da loro. Il duo vero e proprio si realizza nel 2003, quando Ivan & Cristiano portano in scena come attori, autori e registi la commedia "Sala d'attesa". Il successo teatrale porta a una rapida ascesa e a nuovi testi: "DeReGeJaZz" (2004, con la collaborazione del musicista Massimo Sorrentino), "Ultimo piano - Vivi e lascia morire" (2005) e la commedia "Dolce dormire" (2007), con la quale vincono il Premio della Critica e il riconoscimento speciale di Liliana De Curtis al Cabaret Festival Premio Totò alla comicità 2007.

I due mancavano dal Ridotto dal 2012 e nell’incontrarli (ndr) ho rivolto loro alcune domande, ad esempio se nella prossima edizione di Made in Sud, sarebbero stati presenti. Ivan mi dice di no, in questa fase, a loro interessa il teatro e la scrittura teatrale, sono interessati a rinnovarsi ed a crescere. Proporre al pubblico sempre le stesse performance è stancante per tutte e due le componenti. Perciò la storia di Camillo e Giulio.

In una sala di attesa di un produttore per il lancio di nuovi talenti, arredata in modo essenziale, 4 blocchi di cemento grigi e tre pannelli appesi, s’incontrano due sconosciuti, l’uno di nome Camillo Auriemma, soggettista cinematografico, l’altro, Giulio Tessari un poeta post, post moderno. Camillo, un ragazzone di quarant’anni, vive ancora con i genitori ed ha con la mamma un rapporto di remissività, che gli consente di dedicarsi ai suoi sogni, senza cercarsi un lavoro. Infantile, eternamente a dieta che non rispetta, è un inutile Peter Pan, che a mano a mano gli ha fatto perdere tutte le opportunità, restituendolo alla solitudine. Nell’asettica sala di attesa, con sotto braccio il copione “Uno sguardo dall’oblò” scritto in vent’anni, attende l’occasione della vita. Intanto irrompe sulla scena Giulio, giacca, cravatta e occhiali scuri, emaciato e con la tristezza dipinta sul volto. Va avanti e indietro, pensa, si ferma, trae dalla tasca un bloc notes su cui scrive e alla domanda di Camillo chi fosse, risponde impettito che è un poeta post, post futurista, moderno e crede che sia un aedo da premio Nobel, intanto anche lui attende il colloquio con il produttore. Gli appuntamenti vengono di volta in volta, rimandati da una voce femminile di cui non si conosce l’identità. Nei vari incontri, a mano a mano, si parlano, si conoscono e si aiutano a superare le manie sia di Giulio, il quale ha subito una serie di disgrazie, sia la faciloneria allegra di Camillo. In uno degli incontri finiscono anche per giocare a tennis con una pallina fatta di carta, le racchette sono le borse che contengono i manoscritti e la rete, i blocchi di cemento su cui prima erano seduti. L’attesa del produttore, che non si vede mai, come la sua segretaria, che confida ai due che dalla stanza di lavoro non esce assolutamente e mangia solo pasti vegetariani, risente di un’attesa più celebre quella di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Nell’essere in quel luogo per tante volte è stato un bene, il loro essere opposti, come del resto erano così anche nei personaggi comici, li ha fatti crescere, li ha maturati, “un do ut des” utile, tanto da imitare il grido e la mimica dei giocatori di rugby neozelandesi. Ecco, così va affrontata la vita, con irruenza e sicurezza, senza la timidezza di fondo che affligge i due. Sono pronti a lasciare la stanza dell’editore che alfine accetta i due manoscritti ed a promettersi di non perdersi di vista. Quando si ritrovano, dopo cinque anni, il successo li ha arriso, entrambi vestiti scuri, eleganti e con poco tempo a disposizione, si scambiano un frettoloso saluto, un’informativa dei propri successi e finanche una moglie che attende Giulio, dopo aver dichiarato a Giulio di essere gay.

Una pièce colta, servita da un linguaggio raffinato, contenutistico e recitato in maniera impeccabile. Bravi i due attori per aver dato prova di ciò che sono sotto la scorza comica. Uno sguardo approfondito sulle problematiche dell’attuale realtà, la depressione giovanile, il lavoro che non c’è, l’identità sessuale, l’amore, il rapporto familiare, la vita robotizzata di chi vuole conservarsi l’impiego, le diete ed il consumo smodato di cibo non sano, gli slogan reclamizzati in tv, l’incomunicabilità, insomma un mondo in disgregazione, nel quale Camillo si salva con il sogno delle immagini in movimento e Giulio con l’incanto delle parole.

E’ questo il segreto? E’ proprio vero che la bellezza ci salverà? Me lo auguro, in fondo Camillo Auriemma e Giulio Tessari ci sono riusciti.

Maria Serritiello

  • Scritto da Maria Serritiello
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